Antonio Baiano: scatti e note di viaggio nel Kurdistan turco

Lungo il Tigri. Hasankeif

Lungo il Tigri. Hasankeif©Antonio Baiano

Si è inaugurata ieri al Caffè Basaglia di Torino, dove rimarrà esposta fino al 12 febbraio, la mostra fotografica

KURDI -L’identità negata

di Antonio Baiano.

Le trenta immagini, realizzate durante un viaggio di solidarietà nel Kurdistan turco, rimarranno esposte nello spazio di via Mantova 34 fino al 12 febbraio. Una mostra di grande suggestione ed intensità, come ormai ci ha abituati Baiano che sa cogliere in un istante, in un gesto, in uno sguardo, drammi, delusioni e speranze di realtà spesso ignorate o colpevolmente dimenticate.

Le note che seguono sono state scritte da Antonio Baiano ad accompagnamento delle proprie immagini. Sintesi di un diario di viaggio non ancora concluso, ci aiutano a comprendere e a riflettere sulla storia di un popolo che, ormai da anni , tenta dolorosamente di difendere e salvare le proprie radici e la propria identità.

Baraccolopi di Ayazma.

Panni stesi nella baraccopoli di Ayazma. © Antonio Baiano

Kurdistan turco: Brevi note di viaggio

Il popolo curdo ha origine in quell’area geografica culla della civiltà, l’antica Mesopotamia, laddove scorrono i fiumi Tigri ed Eufrate, ed è attualmente disperso nelle aree confinanti di diversi Paesi: Siria, Iraq, Iran, Turchia ed Armenia. Il Kurdistan turco è tuttora una regione esplosiva, in cui il mancato riconoscimento dei diritti linguistici e culturali della popolazione curda e la repressione delle istanze di democrazia hanno innescato un conflitto che dagli anni ’80 dura tuttora. La guerra contro il PKK ha quindi portato ad una serie di repressioni e danni economici ed ambientali alle popolazioni curde dei villaggi che hanno costretto molti di loro a migrare creando grandi e fatiscenti bidonville alle periferie dei centri maggiori come quella di Ayazma ad Istanbul. Ma, oltre all’azione armata, ciò che assume aspetti assai preoccupanti è la restrizione della libertà in tutte le sue forme, dalla proibizione dell’insegnamento della lingua alle violente repressioni durante le manifestazioni identitarie come il Newroz, il capodanno curdo.
Questo è stato il mio primo viaggio nel Kurdistan turco. Nonostante la barriera della lingua, ho potuto percepire e comprendere la dignità e compostezza dei suoi abitanti; ho conosciuto la forza delle donne che, strette fra la tradizionale cultura maschilista e la repressione che colpisce loro ed i propri familiari, devono portare avanti silenziosamente una lotta quotidiana per una vita dignitosa. Ho incontrato rappresentanti politici e di associazioni umanitarie locali che devono condurre una battaglia giornaliera per affermare i diritti elementari propri e del loro popolo. Faruk Serkan, vice sindaco di Dogubeyazit, ci ha detto: ”Se manca la libertà, se le donne vengono torturate, se continua la guerra sporca contro il popolo curdo, nessuna solidarietà materiale può sanare queste ferite. A voi chiediamo di raccontare quanto avete visto, sentito, capito affinché possiamo presto riabbracciare i nostri figli sulle montagne e perché nessun soldato turco debba più perdere la vita in questa guerra”. Credo che in queste parole si possa leggere il desiderio di questa gente: il riconoscimento della propria dignità di Popolo e di poter vivere nella propria terra in pace e libertà.
Penso che questo già difficile evento non sarà mai possibile senza la nostra testimonianza e sostegno; il peggior nemico della nostra e altrui libertà é infatti proprio l’indifferenza nei confronti di coloro che vengono privati della voce per far sentire il proprio grido di libertà.

Insieme all’associazione “Verso il Kurdistan” ho visitato alcuni dei luoghi più “caldi”, non solo climaticamente, del Kurdistan turco, a cominciare da Hasankeif. Adagiata sulle rive del Tigri, questa cittadina è un sito archeologico ultramillenario che rischia di essere cancellato da un sistema di dighe voluto dal governo turco. L’ampio bacino idrico che si verrebbe a creare renderebbe insostenibile il clima già difficile della zona e, oltre a distruggere millenni di storia e l’ecosistema del Tigri, costringerebbe a sfollare più di 50000 persone.
A Siirt, assediata militarmente, incontriamo alcune madri e mogli di detenuti politici, sostenute dalla nostra associazione e da una locale. É stato per me uno degli incontri più coinvolgenti e ricchi di umanità, nonostante la lingua ci impedisse di comunicare con le parole.
Dogubeyazit, come Siirt e Şirnak, è fortemente militarizzata; qui lo stato di guerra si percepisce fortemente. Tutta la zona circostante del Monte Ararat è zona militare chiusa ed è soggetta a bombardamenti, con conseguenze pesanti su turismo, pastorizia e commercio, e l’80% della popolazione ha grosse difficoltà economiche. Tuttavia qui abbiamo una buona notizia: un allevamento industriale di galline creato grazie al finanziamento di un uomo d’affari americano. L’allevamento dà lavoro a 6 persone, ma consente soprattutto alla municipalità di mantenere agli studi 5000 bambini poveri e di aiutare tanti bambini di strada. Qualche buona notizia anche da Nusaybin, ai confini con la Siria, dove il sostegno alla “Locanda delle donne” ha permesso ad 8 ragazze, congiunte di vittime della repressione, di trovare lavoro e aiuto per le loro famiglie.
A Van, caratterizzata da dintorni con un passato millenario e dal lago più grande della Turchia, la repressione durante il Newroz è stata durissima con 2 morti, centinaia di feriti ed arresti: vi giungiamo proprio in occasione dell’apertura di alcuni processi per quei fatti.
Lasciato il Kurdistan visitiamo Yusufeli, piacevole cittadina nella regione orientale ai confini con la Georgia: anche qui Ankara vuole costruire un sistema di dighe sul fiume Cohru che distruggerà l’ecosistema e costringerà la popolazione dei villaggi a sfollare, avendo perso, oltre alla casa, le fonti di sostegno economico come l’agricoltura ed il turismo. Giungiamo infine a Trebisonda, sul Mar Nero. La città ha un 50% di disoccupazione ufficiale e i Lupi Grigi gestiscono prostituzione e traffico di droga in collaborazione con la malavita. Qui islamismo e nazionalismo si confondono e si intrecciano in un mix infernale. Giovani disoccupati diventano manovalanza a basso costo, facilmente manovrabili da organizzazioni che usano la loro rabbia e la loro mancanza di prospettive contro curdi, armeni, militanti di sinistra, democratici in genere. Qui è stato assassinato don Santoro.
Terminiamo il nostro viaggio a Istanbul, dove visito la baraccopoli curda di Ayazma, a due passi dali’ultratecnologico stadio “Ataturk”. Quasi del tutto sfollata per costruirvi nuovi palazzi, sono rimaste ancora alcune famiglie. Gran parte dei profughi é stata portata nel cosiddetto “quartiere delle torri”, palazzoni color pastello dove vengono stipati, soggetti a mutui ventennali che non riusciranno a rimborsare. Qui incontro Gewer Akhtaş, originaria della campagna attorno a Kars. Dopo la distruzione del suo villaggio ad opera dei militari é costretta a stabilirsi con la sua famiglia ad Ayazma da cui è stata mandata via di recente. Nonostante possa chiamarsi “fortunata”, perché suo marito guadagna in maniera sufficiente per pagare l’affitto e vivere in maniera dignitosa, Gewer è infelice: le mancano la sua terra, i suoi animali, il suo paese: il Kurdistan.

la nuova vita di

la nuova vita di Gewer ad Istambul. ©Antonio Baiano

Antonio Baiano (Napoli, 1962) vive e lavora a Torino dal 1990. Esordisce aggirandosi con la macchina fotografica tra i palcoscenici del jazz torinese; dal 1997 al 2001 è suo il ruolo di fotografo ufficiale della rassegna ‘Linguaggi Jazz’.
Col passare del tempo matura un forte interesse nei confronti del reportage, che considera un efficace strumento di esplorazione del reale nelle sue molte stratificazioni; seguendo questo nuovo impulso, partecipa ai workshop di David H. Harvey, Kent Kobersteen, Tomasz Tomaszewski e Alexandra Boulat. I suoi “vagabondaggi” lo portano in mille contrade (Europa, Oceania, Sudamerica…), di cui si impegna a fotografare la vita quotidiana con un taglio ‘intimista’, che trascende la mera documentazione fotografica.
Nel 2001 avvia un progetto sulle religioni afro-caraibiche, ‘Radici’, che lo spinge a fotografare la Santeria a Cuba ed il Candomblè in Brasile; le foto di Radici sono conservate presso il Museo Etnografico Pigorini di Roma e la Casa de Africa dell’Avana (Cuba).
Antonio è membro della emergente agenzia fotografica torinese Porphirius e dell‘associazione americana ASMP (American Society of Media Photographers). Ha pubblicato su diversi periodici come Musica Jazz, collezioni Edge, Volontari per lo sviluppo, Affari e Finanza, Repubblica, e pubblica regolarmente su All About Jazz. Ha al suo attivo numerose mostre in Francia, Cuba, Roma e Torino.

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