DONNE E MADONNE nell’Arte dal XV secolo a oggi. Una grande mostra a Palazzo Lomellini, CARMAGNOLA

 

DONNE EMADONNE CARMAGNOLA IMMAGINE

DONNE e MADONNE
nell’Arte dal XV secolo a oggi

 a cura di Elio Rabbione

1 giugno – 29 luglio 2018

PALAZZO LOMELLINI

Piazza S Agostino 17

CARMAGNOLA (To)

Inaugurazione venerdì 1 giugno, ore 18.00

orari:
giovedì, venerdì, sabato: 15,30-18,30
domenica: 10,30-12,30; 15,30-18,30
Per gruppi anche in altri orari su prenotazione

Ingresso libero

info e prenotazioni
Comune di Carmagnola: tel. +39 011 9724238
www.comunedicarmagnola.to.it
www.palazzolomellini.com

È un percorso artistico al femminile attraverso le epoche, attraverso i generi, quello che dal 1 giugno al 29 luglio 2018 si snoda nelle sale di Palazzo Lomellini. a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Carmagnola con la collaborazione dell’Associazione “Amici di Palazzo Lomellini”.

“Un lungo percorso – spiega Elio Rabbione, curatore della mostra DONNE E MADONNE nell’Arte dal XV secolo a oggi che, sul binario doppio della sacralità e del quotidiano, del religioso e del mitologico, dell’espressione della allegoria retorica delle arti come quella semplicissima e immediata delle piccole e in diverso modo importanti attività della vita familiare, considera la centralità della figura della donna. Un omaggio in qualche modo.  Un’allegria di pareti ricoperte di nomi e di colori, di spazi a terra dove trovano posto sculture di oggi e più o meno antiche, italiane e provenienti dal continente subsahariano – il tutto dovuto alla generosità di amici e galleristi e collezionisti che hanno messo a disposizione le loro opere – una lunga sequenza ripensata qui a isole temporali ma anche un invito a confrontare, all’interno di epoche diverse, temi e particolari pronti ad accomunarle”.

“Una “Madonna con il Bambino” ad iniziare, un gotico fondo dorato e un bimbo protetto, con le labbra che lasciano intravedere un sorriso dolce, un gesto benedicente; poi l’atmosfera tra Seicento e Settecento che abbraccia con vari esempi la figura della Maddalena, diversamente intesa, e prosegue con ritratti regali, con abiti di velluto e onorificenze, con vicende legate alla Bibbia o al mondo vasto della Mitologia, con la devozione alla Vergine.

L’Ottocento si addentra con maggior attenzione nel mondo e nella società che lo vive, con descrizioni che fanno propri  i segnali e i particolari di un secolo fatto di lotte e di classi, osservando il mondo contadino con “lo sguardo sperduto e malinconico” (scrive Gianni Milani) di povere ragazze e delle loro fatiche, di chi bada alla casa e a chi la abita, della borghesia e della aristocrazia allo stesso modo piene di fascino e di inquietudini.

“Freud aveva scavato nel profondo scoprendo coscienze inquiete ed inconsci celati nella traballante società di fin de siècle”, scrive nel catalogo il critico d’arte Massimo Olivetti: e in questo profumo di psicanalisi, di solitudini e disperazioni, di avanguardie che cancellano schemi fissati nel passato, le donne e le eroine, le Sante e le Madonne che erano fatte per essere guardate, ora invece sono loro che dalle tele e dai muri ci scrutano e ci interrogano. Prorompono i nudi di Levi e di Chessa e di Casorati, Tabusso regala nudi agli amici e pone la sua cuoca imperiosamente a orchestrare tutto quel ben di Dio che sta su quel tavolo davanti a lei, il corpo di donna di Carena si ricorda dei maestri che lo hanno preceduto, sull’altra sponda sembrano vegliare le graziose testine e gli adolescenti di Nenci e le madonnine di Knap, umanizzate, quotidiane, dove tutto sembra essere un gioco domestico, un piccolo libro messo in mano ai bambini”.

I contemporanei, in ultimo, gli artisti dei nostri giorni. Tutto sembra assumere un aspetto più immediato, gli esseri femminili “magnificamente” cantati un tempo (non è ancora in quel tempo la donna di Brusaglino?) potrebbero oggi essere definiti “della porta accanto” (sottolinea nel suo scritto Marilina Di Cataldo), tra loro Donne e Madonne (come quelle di Gasparin, seppur percorrano appieno i sentieri della classicità) assumono sembianze più “domestiche”, immediate, semplici, sulla tela o nell’uso del legno (c’è una nuova Annunciazione con Simonetta), le maternità possono guardare al mondo pittorico di ieri come a quello realissimo di oggi, come in Saccomandi, o esprimere allo stesso tempo estrema dolcezza e inaspettata unicità, come nell’opera, bellissima, di Luciano Spessot, o immortalare ancora una volta l’immagine che da sempre ricordiamo (Molinaro, Sesia, Mapelli), si slanciano nelle danzatrici di Unia o quasi si nascondono dietro la porta di Cordero, “si santificano” nelle antiche divinità di Alemanno. Con Preverino, in un mai troppo condannato cono d’ombra, possono rappresentare quello squarcio umano che è la violenza sulle donne.

In ultimo, la donna dell’Africa – nell’ampio panorama di sculture (tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento) messo a disposizione da Bruno Albertino e Anna Alberghina, instancabili viaggiatori, collezionisti e studiosi – donna che assume un preciso valore rituale al di là della bellezza delle forme, “oggetti di culto, creati per favorire il rapporto con il sovrannaturale”, come sostengono le parole della coppia. Ne deriva la sacralizzazione della maternità e il giovane corpo femminile è guardato e inteso “come ricettacolo di fecondità”.

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