EL MONCADA e la tavolozza santera di Maria Giulia Alemanno

Maria Giulia Alemanno con Iroko, la Ceiba

Maria Giulia Alemanno con Iroko, la Ceiba

EL MONCADA, periodico dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba www.italia-cuba.it
ha pubblicato sul n.6 Nov 2008 l’intervista del critico d’arte Massimo Olivetti a Maria Giulia Alemanno in occasione della mostra MIS ORISHAS tra gli altari della Santería Cubana a Palazzo Primavera – Terni , nell’autunno scorso. Con piacere la riproponiamo in questo spazio.

Il mondo si unisce nelle tele di Maria Giulia Alemanno

TAVOLOZZA SANTERA

Internazionalismo dell’arte, della politica e dell’amore, dall’Africa all’ Italia passando per Cuba

Massimo Olivetti

Terni, Palazzo di Primavera, con il patrocinio del Comune, l’Associazione Nazionale di Amicizia Italia – Cuba promuove ed organizza un incontro di solidarietà internazionale. Convergono nella città umbra delegati e rappresentanti da tutta Europa. Folta la delegazione cubana con il vice ministro Osvaldo Martínez Martínez e il presidente dell’ICAP Jorge Martí Martínez. Ma la storia di questo incontro di persone legate dall’impegno alla solidarietà con Cuba si arricchisce per la cornice che Italia- Cuba propone. Nelle sale del Palazzo di Primavera – parentesi doverosa e dovuta , centro museale perfetto per ambienti e organizzazione dell’accoglienza – il Prof. Carlo Nobili, direttore demo-etno-antropologo presso il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma, allestisce la mostra ORISHAS, Sincretismi Afrocubani, che rimarrà aperta fino al 10 novembre. Come parte del progetto scientifico, oltre all’installazione di quattro Altari di Santería e la mostra fotografica Altari della Santería Cubana e la festa del Día de los Reyes, entrambe ad opera del prof. Nobili, anche la personale di Maria Giulia Alemanno: Mis Orishas tra gli altari della Santería Cubana. L’esposizione, di grande suggestione, entra in profondità nella cultura antica ed ancestrale di Cuba, ricrea le atmosfere dei culti afro-cubani, ripercorre la resistenza dei milioni di schiavi sradicati da clan, tribù, famiglie che nei secoli sono riusciti, resistere e, soprattutto a far sopravvivere clandestinamente religione, riti, credenze, spiritualità.

Alle tele di sacco che lievitano sulle pareti di Palazzo di Primavera è affidato il ricordo della loro esistenza e la memoria di un lungo, doloroso, sotterraneo cammino per consegnarci il loro passato come nuova ricchezza del presente.

Sono sedici Orishas, sedici dei o spiriti ancora ricoperti di Africa, che Maria Giulia ha dipinto, o, forse, trasfigurato sulla stessa materia che avvolgeva i corpi dei disperati piegati dal lavoro nelle piantagioni di canna o nei cafetales delle isole caraibiche.

Li guardo e mi sembra di entrare dentro, nella loro stessa dimensione. In apparenza dovrebbero essermi estranei, lontani, presenze di Africa, volti ed immagini di mondi separati da distanze non solamente geografiche. Spiriti che incarnano riti antichi e dimenticati, segreti che il tempo dell’Occidente non riconosce, rappresentazioni di anime perdute nelle latitudini della “barbarie”. Invece mi avvolgono, mi affiancano, sembra che mi sussurrino il segreto ed il mistero, che mi cerchino per far di me un adepto in riti di passaggio, un affiliato della religiosità della natura, un compagno di viaggi e carovane che attraversano indifferenti la storia dell’Occidente, per costruirne un’altra più profonda ed umana.

Questa suggestione non mi proviene da cadute mistiche, o turbamenti religiosi, ed è dunque necessario indagarne l’origine. Ho il fondato sospetto che buona parte del merito sia da attribuire alla sostanza artistica, alla capacità di Maria Giulia, per tutti Lellina, di trasferire sulle tele la loro esistenza, di soffiare, con pennello e colori, vita e corpo a chi è solo idea. Ho il conforto di cubani e cubane che alle mostre che Lellina ha fatto sia a Cuba che in Italia hanno acceso candele, deposto ofrendas e recitato preghiere davanti a quelle immagini, impadronendosene e accogliendole spiritualmente nelle loro vite, nelle loro case, sui propri altari. Ma Lellina è di Crescentino, pianura padana, terra di risaie e contadini, quanto di più lontano da Afriche ed Americhe. Come, dove, quando ha penetrato i misteri santeri, ha aperto le porte di metamorfosi e apparizioni, ha saputo, lei donna d’occidente e di pianure, immergersi in quella cosmogonia aliena, nuotare con Yemayá, addentrarsi nelle selve con Oggún e Ochosi?

“Se il tempo ha senso in questa storia senza tempo, posso dire di avere incontrato la Santería una decina di anni fa. All’epoca non ne sapevo nulla ma ho accettato di ascoltare, accantonando il buon senso e la ragione, il richiamo di un mondo insieme antico e nuovo che generosamente mi offriva i suoi racconti e i suoi colori. Direi che ho dapprima subito il fascino della “tavolozza santera”, così ricca, variegata e satura, ben diversa da quella incupita dei nostri inverni nordici, che avevo fino a quel momento utilizzato. A Cuba ho scoperto i colori che cantano, la pittura che diventa musica, l’allegria e l’azzardo degli accostamenti. Gli Orishas mi hanno insegnato ad osare, liberandomi dalla schiavitù degli schemi e dei condizionamenti.

E’ grazie al prof. Carlo Nobili se, nel 2004, per la prima volta ho potuto portare le mie pitture all’Habana e mostrarle ai cubani incuriositi da questa “ italiana que pinta la santería” nella meravigliosa cornice del Convento di San Francisco, in occasione del Taller di Antropologia Sociale e Culturale che ogni anno a gennaio viene organizzato dal Museo Casa de África, richiamando sull’isola studiosi di tutto il mondo. Direttore del Museo ed anima dell’evento è Alberto Granado Duque, figlio di Alberto Granado , l’amico del Che, che mi ha accolto ed ancora mi accoglie in casa come una figlia. Non so se l’affetto di questo piccolo grande uomo sia il dono degli Orishas. Di certo è un grande privilegio che la vita mi ha riservato.

Non è comunque stato facile ed immediato entrare in contatto con gli Orishas. Occorre leggere, studiare, indagare. Occorre entrare nelle case degli afro-cubani, osservare i piccoli altari allestiti su mobili e mensole, ognuno nei colori del santo, partecipare alle cerimonie, lasciarsi trasportare dal ritmo ossessivo dei tamburi batá che invitano sull’isola gli spiriti dell’Africa lontana. Finché giunge il momento che gli Orishas, anche in pittura, ti chiedono di manifestarsi. So che sto parlando di un tuffo nell’irrazionale, ma è questo l’unico modo per lasciarli emergere. In questa dimensione sospesa è nata dal mare la mia Yemayá, fluttuante nel suo abito bianco e blu, e a lei si sono aggiunti gli altri Orishas. Per ora ne ho dipinti sedici, volutamente su tela di sacco, materiale povero per un Olimpo povero, ma ricco di messaggi e significati. Spero di poter aggiungerne altri per creare, tra le risaie del vercellese dove da un vecchio fienile ho ricavato il mio studio, un Pantheon Yoruba mai dipinto prima. Una galleria di ritratti immaginari di divinità che hanno volti, gesti ed espressioni della gente che incontro per strada a Cuba”.

Forse non c’è segreto, forse non c’è mistero, ma la capacità di un artista di vivere più profondamente emozioni e sensazioni, di avvertire, a differenza di noi “persone comuni”, la profondità delle vite dietro ai volti e poi riproporle su iuta, tela , legno, pietra, sulla materia in genere, trasferendole quella vita, quelle pulsazioni catturate in vie, piazze, calles di tutto il mondo.

“ No, l’unico segreto è quello di comunicare col cuore e lasciare aperte tutte le porte della percezione. E non smettere mai di stupirsi. L’ultima volta è stato quando ho visto nascere Iroko, la Ceiba, ed Osain, il dio delle erbe medicinali. Il primo è emerso dalle foglie e dai fiori dell’albero sacro, e ho sentito che mi osservava con lo sguardo antico del mito. L’altro mi è parso avanzare dal buio della foresta avvolto in un abito di erbe e fiori. Ma erano erbe dei nostri campi, dei nostri orti, salvia e tarassaco, lavanda e convolvoli, come dire che gli Orishas possono anche vivere, manifestarsi e trasformarsi tra noi. Nelle nostre vite. Qui”.

Non ci sarà segreto ma c’è compenetrazione, la capacità di penetrare le differenze, accogliere le diversità, accumularle ed assemblarle dentro la propria formazione etica, estetica, culturale, unificare i mondi e le forme, mischiare le risaie e le playas, le selve ed i castagni, l’Africa, le Americhe e l’Italia, unire santeri e Michelangioli, insomma gettare e costruire ponti.

Lellina con pancia e cuore svela la magia della Santería, una magia che è sacro e profano insieme, quella magia che Ortiz scientificamente e lucidamente interpretava come transculturazione. L’accoglimento delle differenze e delle diversità, l’arte e la pratica del rimescolare le culture per crearne di nuove, di più potenti, vitali e soprattutto universali.

Non so se sia una diretta eredità della Santería, o semplicemente la storia di un popolo, i cubani, che nei secoli sono stati immersi nella mescla, nel confondere razze, discendenze, religioni, costumi, culture, ma certo è che in questo adattamento sostanziale all’assimilazione della diversità risiede la propensione fisica e politica di Cuba a vivere nella sostanza l’internazionalismo dei popoli e delle idee.

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