Francesco Tabusso e Dea Belusco: un cantico dissonante

FRANCESCO TABUSSO E DEA BELUSCO: un cantico dissonante

In momenti di confusione come quelli che stiamo vivendo anche l’Arca dell’Arte può correre rischi di deriva. Così la mostra di Francesco Tabusso e di Dea Belusco al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, arca di Noè che raccoglie una sessantina di opere del maestro e dell’allieva, e che nelle intenzione vorrebbe essere un pittorico Cantico delle Creature, mostra di possedere la fragilità di un guscio scricchiolante. Pesano troppo gli animali dipinti su grandi tavole da Dea Belusco a confronto dei piccoli fogli proposti da Francesco Tabusso , perché lo scafo, sbilanciato, possa mantenersi in equilibrio in onde da diluvio.

C’è poesia nei lavori quasi minimali del maestro, che ancora una volta rivelano l’intima conoscenza di due mondi amati e vicini. La fauna della Val di Susa e quella della Liguria  ci vengono raccontate con l’essenzialità e la freschezza delle tavole di un abbecedario, in una sorta di gioco quasi didattico inventato per restituire a noi grandi, disincantati e disillusi , lo stupore dei bambini: C di coniglio, M di merlo e Martin pescatore, P di porcospino, R di ramarro, rospo e rana, S di salamandra, T di trota di torrente, V di volpe abbagliata. E anche il suo Noè appoggiato ad un bastone , più che un personaggio biblico, ricorda il vecchio Pin dal Batocc, il pastore del Collombardo che Francesco ha più volte ritratto negli anni settanta in quadri rimasti memorabili. E la sua arca non è che l’interno della baita del Chietto, dove casualmente tra cani, gatti, galline, mucche, maiali e oche, si sono rifugiati come topi nel formaggio sugli scaffali utilizzati  dal patriarca per stagionare le tome, una scimmia e un pappagallo fuggiti da un piccolo circo, un cigno, un cervo, uno stambecco, e due elefanti, forse appartenuti ad Annibale.

Ho avuto, proprio nel magico periodo delle avventure al Chietto, la fortuna ed il privilegio d’incontrare Tabusso e di lavorare con lui alla grande pala d’altare di San Francesco al Fopponino, novantotto metri quadri di pittura risolti, con gesti da mondariso, dapprima nel deposito delle corriere di Rubiana, quindi nel laboratorio di restauro dei Nicola ad Aramengo, l’unico spazio capace di accogliere, per gli ultimi ritocchi, un’immensa tela stesa in orizzontale. Il Cantico delle Creature, dilatatosi poi nelle pale laterali che ornano ora la chiesa milanese progettata da Giò Ponti, è stato per me, e per un piccolo gruppo di altri ragazzi, una straordinaria palestra di pittura e di vita. Lavoravamo con gioia ed allegria ma al contempo sentivamo e rispettavamo la profonda distanza tra noi ed il Maestro, consapevoli di quanta strada avremmo ancora dovuto percorrere per avvicinarci a lui, alla sua esperienza e alla forza della sua Arte, se mai un giorno ci saremmo riusciti. Senza negare il valore dell’autostima, eravamo pieni di dubbi, pudori e timidezze, elementi ,credo, che permettono ad un artista di proseguire nella ricerca e, a passi lenti , di migliorare. Ma occorrono studio, tempo, modestia, spietata autocritica, rigore e capacità di buttare alle ortiche molti lavori, prima di mettersi a nudo in una mostra, soprattutto se allestita insieme al proprio maestro. Il confronto in tal caso è inevitabile, com’è inevitabile il giudizio.

Dipingere animali è mestiere difficile. Senza raggiungere la genialità di Audubon, o la maestria di Mario Calandri che con pochi tratti sottili di matita e due gocce d’acquerello sapeva ridare respiro ad un gufo impagliato, bisogna aver coscienza dell’ossatura su cui costruire il disegno, conoscere i principi della prospettiva e le proporzioni, entrare sottopelle, percepire il carattere di ognuno. Come per gli esseri umani. Più che per gli esseri umani. La sintesi che Francesco Tabusso sembra risolvere con estrema semplicità è frutto  di uno studio lungo una vita, di centinaia di libri sfogliati, di un’osservazione acutissima poi tradotta in armonia di segno e colore. Non si può dire lo stesso della pittura di Dea Belusco, ancora incerta e confusa, importante solo nelle misura delle tavole e delle tele. Francesco che pure ha affrontato spazi giganteschi, sembra qui sottolineare che la grandezza di un quadro non dipende dalle dimensioni. Si pensi alla sublime bellezza della minuscola tavola di Ambrogio Lorenzetti dove la barca sospesa sul lago può essere fragile foglia d’autunno ed insieme arca capace di dar rifugio a tutto il creato.

E San Francesco? E’ assai difficile immaginare che la iena e l’alce, lo struzzo ed il canguro, l’ippopotamo ed il leone marino di Dea Belusco , e men che meno il lupo, tutti dipinti su fondi stridenti, avrebbero potuto ispirargli il Cantico delle Creature. Possiamo al massimo ipotizzare che Noè avrebbe potuto accogliere gli animali acciaccati della giovane artista, tutti assai improbabili e irrisolti,  spinto da umana misericordia.

Ma perché ospitarli in un museo prestigioso come quello di Scienze Naturali di Torino e sulle pagine di un catalogo? Esiste una commissione che valuta i lavori e decide? Non è importante presentare un curriculum vitae che riveli almeno l’esperienza di una piccola mostra personale?

Domande d’altri tempi che sarebbe saggio ed urgente, oggi, rispolverare.

Maria Giulia Alemanno

FRANCESCO TABUSSO e DEA BELUSCO – IL CANTICO DELLE CREATURE

Museo Regionale di Scienze Naturali – TORINO

27 marzo – 26 aprile 2010

Orario: 10.00-19.00. Chiuso martedì

Contatti: tel. 39 0114326354

Prezzo: 5,00 Euro; ridotto: 2,50 Euro

1 comment

  1. Che dire di questa mostra, che tu cara Lellina non abbia già detto?
    Purtroppo è vero, siamo in un’epoca di naufragio, naufragio del lavoro serio , umile e paziente di quando si andava a bottega dai grandi maestri, sapendo che non si finisce mai di imparare, naufragio della serietà di enti e musei che dovrebbero avere una commissione che valuti gli espositori, naufragio della cultura, della serietà che ti fa pesare il significato delle parole (anche un titolo per una mostra ha il suo perchè)
    Naufragio del valore di ogni attesa, del valore del togliere, del valutare i propri passi ,dell’autocritica, della severità soprattutto nei confronti di noi stessi
    La decisione di essere pittori, non della domenica, ma di professione va pesata e valutata con spietatezza e umiltà, i grandi ci insegnano che non ci si improvvisa, che ci si deve reinventare ogni giorno, distruggere e ricreare….un quadro non è mai finito…

    Purtroppo viviamo in un’epoca in cui tutto viene divorato ,dimenticato , distrutto e bruciato in un attimo e ci chiediamo cosa resterà …..
    che tristezza…..

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Translate »