LA FAVOLA DELL’ IPPOCASTANO di Giancarlo Perempruner

Giancarlo Perempruner alla Fiera degli Antichi Mestieri di        nel
Giancarlo Perempruner alla festa dei Mestieri  a Lanzo Torinese nel 1994, fotografato da Flavio Giacchero

Non oso immaginare cosa avrebbe pensato Giancarlo Perempruner , cantambanco irriducibile, della mia idea di pubblicare in rete la sua FAVOLA DELL’ IPPOCASTANO. Lui la rete l’avrebbe usata per una delle sue mille invenzioni, una rete per prendere pesci di latta , una rete per cacciare farfalle di carta , una rete per salvare da una rovinosa caduta un acrobata in legno di betulla. Ma questa rete no, gli sarebbe sembrata baravantana, lontana dalle sue corde e anche alquanto inquietante. Come dargli torto?

Eppure, ora che si è allontanato ormai da tanto tempo, c’è un piccolo Giancarlo Perempruner che sta crescendo al quale mi piace dedicare la favola di un nonno mai conosciuto che ha insegnato la magia del “gioco povero”a tanti bambini prima di lui. Messa così, credo che l’idea di utilizzare questa strana rete al mio amico Perempruner sarebbe persino piaciuta.

Tra me e Giancarlo c’è sempre stata una complicità speciale. Gli sono grata d’ avermi chiamata a dipingere alcuni dei suoi strumenti altamente improbabili che, decorati con le mie storie surreali, hanno ancor più rivelato l’esistenza della loro anima assurda. Carabinieri che rincorrevano in circolo angeli discinti, contadini in equilibrio sui maiali per rubare due galline, bimbi ipnotizzati dalla luce di una zucca magica, uova rivoltate che non cadevano dal piatto, barchette di carta che navigavano nei canali del sogno. In questo spirito di ricerca ludica e di allegra follia condivisa sono nati il tabasso, il putipù, il grattagatto, la zuccanna, mentre tutti gli strumenti che non abbiamo mai realizzato sono comunque esposti in bella mostra nel regno della musica che non c’è.

Ho illustrato LA FAVOLA DELL’IPPOCASTANO quando Giancarlo se n’era già andato a giocare in un altro mondo e quando suo nipote, il piccolo Giancarlo , stava per nascere. A distanza di oltre dieci anni mi accorgo che il mio ippocastano assomiglia un poco a tutti e due, con la sua faccetta buffa e i suoi occhi rotondi. Tenerezza. Ed un pizzico di dolce nostalgia.

Buona lettura piccolo Perempruner!

Maria Giulia – Lella Alemanno

Un’introdizione di Ivano Ciravegna

Spesso nei suoi “viaggi divergenti intorno alla flora”, durante la formazione rivolta agli insegnanti, Giancarlo amava chiedere, in modo provocatorio, se non gli fosse mai capitato di abbracciare un albero per caricarsi di energia!

Dopo lo sguardo inebetito degli uditori, Giancarlo rincarava la dose dicendo: “Io, ad esempio, quando ho le pile scariche, possibilmente all’imbrunire, vado sempre ad abbracciare una leggiadra betulla al di là dell’Uppia… mi rigenera, soprattutto se durante la giornata ho incontrato solo ignoranti!”.

Pensavo scherzasse, che fosse una delle tante boutades di Giancarlo per attirare su di sé l’attenzione di alcuni insegnanti annoiati. Invece no. Un giorno di dicembre, dopo una faticosa giornata di lavoro, insieme andammo nella sua casa di Lanzo per imbastire uno dei tanti lavori che avevamo in cantiere e, prima di iniziare, mi disse: “Ti spiace, prima di cominciare, se andiamo a rigenerarci un pò?” Va bene risposi, pensando ad una passeggiata fino in centro. Invece, attraversammo il torrente (Uppia) e salendo sulla collina di fronte a casa disse: “Guarda, se non ti dispiace, arriviamo fino in cima così finalmente abbraccio le mie betulle sperando che mi ridiano la carica dell’altro giorno”. Mi misi a ridere pensando al fatto che era solito raccontare questa storia e che non era uno scherzo.

“Si, si, lo so perche ridi… pensavi che fosse una delle tante cose che racconto ai corsi e che gli altri non ci credono… ma sai spesso, ho notato, che quando fai certe affermazioni insolite la gente non ci crede; pensano che siano cazzate, sono troppo prese dal tran-tran del quotidiano! Ridono, o pensano che mi voglia beffare di loro! In realtà non sanno cosa si perdono a non stare abbracciati ad un albero, in silenzio, respirando profondamente, mentre le ultime foglie si staccano… poi, i profumi”.

Arrivati in cima alla collina la famiglia di betulle non esistevano più, erano state tagliate per rimboscare la zona. La rabbia di Giancarlo di fronte ai monconi di betulle fu enorme: “E no, anche questa, oggi non me lo meritavo, è proprio una giornata infelice!”

Avevo paura che si mettesse a piangere, invece dopo aver sbattuto per l’ennesima volta a terra gli occhiali, si riprese. “Non importa, scendiamo dall’altra parte ci sono delle belle querce e se non erro anche degli ippocastani”. E come se nulla fosse stato, durante la camminata di ritorno a casa, disse: “Sai che questo elegante albero è originario dei balcani, fu introdotto in Italia nella seconda metà del Cinquecento da un botanico di Siena… un certo Andrea Mattioli, il quale ricevette i frutti dell’albero da Costantinopoli. Tu pensa, mah, e poi dicono che non è più il caso di studiare il greco! Il nome kastànos hìppos, significa Castagno di cavalli e si dice che risalga agli arabi i quali, abili allevatori, curavano le malattie respiratorie equine con decotti di castagne. E’ uno degli alberi che, tra l’altro, ha più blasoni: Castagno d’India , perché in passato si riteneva che fosse originario di questa nazione, oppure, Castagna amara, per lo sgradevole gusto, Castagna cavallina… ma anche i frutti, sai, hanno il loro soprannome: Castagne matte, Castagne gingia. Ah, non ti ho mai raccontato la favola dell’ippocastano?”

LA FAVOLA DELL’ IPPOCASTANO

di Giancarlo Perempruner

Illustrazioni di Maria Giulia – Lella Alemanno

C’era una volta un piccolo Castagno d’India che abitava nel Pakistan, perché era nato lì. Aveva otto anni, faceva la terza ed era sempre triste e solo.

Non andava d’accordo con gli altri alberi, li considerava noiosi e soprattutto li trovava tutti eguali.

Il suo sogno era quello di viaggiare per conoscerne altri.

Trascorreva le giornate sulla riva del mare in attesa degli uccelli migratori e quando li vedeva arrivare:

– Ciao, ciao uccellini, ben tornati! Da dove venite?

– Veniamo da Torino.

– E ci sono alberi a Torino?

– Oh si! Quanti ne vuoi! (1)

– Mi piacerebbe venire a Torino con voi e conoscerli tutti; ma non sono tutti uguali…?

– No, no, ce ne sono di tutte le qualità possibili.

– Ah! Che meraviglia sarebbe… ciao, ciao.

Il piccolo Castagno d’India era sempre più afflitto dalla malinconia, finché un giorno arrivò un enorme elefante che andò a grattarsi contro di lui.

– Hei! Elefante! Ma sei matto?! Non vedi che mi butti giù! Io sono piccolo sai?

– Oh! Scusa piccolo Castagno d’India, sono mezzo rimbambito, ho girato tutto il mondo con il circo Togni, ora sono tornato in pensione e trascorro gli ultimi giorni nel mio paese.

– Hai girato tutto il mondo?! Ma dimmi sei stato anche a Torino?

– Si, sapessi quante volte! Mettevamo il tendone sempre in piazza d’Armi.

– E ce ne sono alberi li?

– Se ce ne sono… andavo sempre a grattarmi contro i platani di corso Agnelli.

Il piccolo Castagno d’India gli abbracciò una zampa:

– Elefante portami con te a Torino, voglio conoscere quegli alberi.

– Per carità, ho appena smesso di lavorare e non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di rifare tutti quei giri.

– Oh! Elefante sii buono, portami con te, voglio andare là per vedere, conoscere.

– Ma siamo impazziti! No, no, no, figurati se alla mia età mi metto di nuovo a girare con un moccioso come te.

– Ti prego, ti prego elefante, fallo per me, io non ne posso più di stare qua!

Il piccolo Castagno d’India supplicò, pregò, pianse tanto che convinse l’elefante a partire. Comperarono due biglietti di seconda classe e si imbarcarono su di un bastimento slovacco che li portò a Marsiglia.

Spesero presto i pochi soldi che avevano e gliene rimasero solo quanti bastavano per un pasto. Decisero allora di andare al ristorante. Quì c’era un cameriere di Cuneo al quale chiesero: “Senta signor cameriere di Cuneo (2), noi dovremmo andare fino a Torino, ma non abbiamo più soldi: come facciamo?”

Il cameriere di Cuneo fece roteare gli occhi assumendo una espressione intelligente, poi, dopo una pausa, esclamò: “Eh giacche! Bravi! Se avete finito i soldi, a Torino ci andate a piedi!”.

In quel momento all’elefante venne in mente che suo nonno gli raccontava che suo bisnonno gli aveva raccontato, dopo averlo ascoltato da un trisnonno… che un loro antenato era andato a piedi da Marsiglia a Torino attraverso le montagne con un certo Annibale.

Si ricordò perfettamente il racconto e si incamminarono su per le Alpi Marittime. Superato il Colle delle Traversette (3), arrivarono a Cuneo, dove l’elefante morì perché era vecchio e tanto stanco per le fatiche del viaggio. Il piccolo Castagno d’India si incamminò a piedi e verso Racconigi ottenne un passaggio da un pensionato della Michelin che trasportava della mobilia usata per una sua cognata che abitava in via Giulia di Barolo 25 bis.

Arrivato a Torino, piazza Castello, vide una guardia che stava fischiando e le chiese: “Senta, signora guardia che fischia, io sono un piccolo Castagno d’India che viene dal Pakistan e vorrei trovare lavoro”.

La guardia smise di fischiare e lo scrutò da sotto la visiera: “Ecco! Tutti uguali! Appena arrivati vogliono già sistemarsi. Intanto, per trovare un lavoro, devi andare all’ufficio di Collocamento Alberi, che sarebbe la Ripartizione Alberate di piazza San Giovanni 4, dove c’è il dottor Rovere”.

– Toc, toc.

– Avanti, disse il dottor Rovere.

– Permesso?, chiese timidamente… è lei il dottor Rovere?

– Si, cosa desideri?

– Io sono un piccolo Castagno d’India, vengo dal Pakistan e vorrei trovare una collocazione assieme agli altri alberi della città.

– Bravo! Tutti uguali, appena arrivati… ma dimmi cosa sai fare tu?

– Io? Io so fare ombra.

– Eh giacche! Tutti gli alberi fanno ombra, ma noi qui abbiamo alberi che non solo fanno ombra, ma sono stati indispensabili per la nostra civiltà! Abbiamo Olmo, Frassino, Faggio, Rovere ed altri con i quali abbiamo fatto i mobili, le botti, le travature dei tetti, le traversine dei binari ed altre centinaia di cose utili; e tu dici che fai solo ombra!!? E frutti ne fai?

– Si! Faccio le castagne, assaggi, assaggi, e gli porse una manciata di castagne lucide e marroni.

Il povero dottor Rovere ne addentò una e subito comincio a sputare e per poco non ebbe un travaso di bile. Nonostante il disgusto ed i denti “legati” riuscì ad esclamare: “Fuori di quà! Che schifo, che schifo!”.

Il piccolo Castagno d’India supplicò: “Per carità dottor Rovere, non mi mandi via, io voglio restare quì, non posso tornare nel Pakistan, mi trovi almeno un posto in un controviale!”.

“No! No! No!, Niente da fare! Per uno che fa queste cose disgustose non c’è posto!”.

Il dottor Rovere, che intanto si era addolcito la bocca con una caramella alle erbe alpine, si lasciò commuovere dalle lacrime del piccolo Castagno d’India: “Se proprio vuoi fare ombra vai a farla in via Nino Costa, dietro la Borsa Valori (4), dove non darai fastidio e non avvelenerai nessuno!”.

Il piccolo Castagno d’India si mise in mezzo al prato e cominciò a crescere ed a produrre, ma era sempre tanto solo. Nessuno lo vedeva e lo salutava, così provava sempre tanta malinconia.

A qualcuno però non era sfuggita la sua presenza e la notizia si sparse come al solito al tramonto quando arriva sulla città il vento della valle di Susa che mette in onda il notiziario degli alberi in concomitanza con il telegiornale della TV:

“Fiiii… hei Olmo, hai sentito? E’ arrivato uno che fa delle castagne che se le metti in tasca non ti viene il raffreddore”.

Una travolgente risata si riversò su tutti i corsi ed i viali.

“Fiiii… hei, Frassino, hai sentito, è arrivato un indiano che fa delle castagne che si danno da mangiare alle mucche, ai maiali e servono anche per curare la tosse dei cavalli” (5).

Altra risata travolgente.

“Fiiii… hei, Betulla, hai sentito è arrivato un asiatico che fa delle castagne dalle quali si estrae la esculina che serve per curare le emorroidi”.

Risata più travolgente del solito.

Le disgustose castagne sembravano adatte per tutto; servivano persino per fare il sapone, come commestibile e messe nei vasi impedivano la nascita dei lombrichi.

Nel giro di pochi giorni tutta la città rise alle spalle del poveretto.

Il piccolo Castagno d’India era sempre più triste e disperato. Finché un mattino di ottobre sostarono sotto di lui due bambini che avevano marinato la scuola. Cominciarono a tirarsi le castagne e poi si stesero vicino al tronco per fumare di nascosto.

Ad uno dei bambini venne un’idea: prese i fiammiferi e li conficcò in due castagne ed ottenne una bellissima mucca; l’altro allora fece un cavallo; l’amico replicò con una formica. Giunsero anche altri bambini e tutti, con quelle castagne, costruirono gli animali e gli omini più impensati. Dopo qualche ora il prato era pieno di bambini che giocavano.

Quella mattina, per caso, passava di lì Diego (non Maradona, ma Novelli, un antico sindaco di Torino), il quale dinnanzi a quello spettacolo esclamò: “Boia faos” (6), ma cos’è questo?! Un albero che fa giocare i bambini, e ce n’è uno solo!!?”.

Si precipitò in Municipio ed emanò un’ordinanza che obbligava il dottor Rovere a mettere i Castagni d’India nei corsi più belli della città.

Così oggi abbiamo i Castagni d’India in corso Stati Uniti, corso Palestro, corso Duca degli Abruzzi, corso Marconi, corso Montevecchio…

E così finalmente il piccolo Castagno d’India visse felice e contento.

Giancarlo Perempruner

Note

(1) – Torino, città di scarse ambizioni turistiche e culturali, viene accuratamente evitata dai forestieri anche perché non è capace di offrire in modo adeguato quelle non poche cose belle che possiede. Fra queste c’è un suo invidiabile primato: è una delle poche città che possiede più alberi. Varrebbe la pena di visitarla solo per ammirare i circa 60 mila alberi che popolano i viali, i giardini ed i parchi.
In questa incredibile foresta (curata dal servizio alberate, diretto sempre nel tempo da botanici di fama mondiale), esistono centinaia di specie e di varietà.
C’è chi visita una città per sapere quasi tutto sul gotico o sul tardo romanico. In una settimana trascorsa a Torino è possibile (aiutati da una guida agli alberi edita dal servizio sopraccitato), imparare a riconoscere la stragrande maggioranza degli alberi ed arbusti che allignano a questa latitudine. Non è necessario girare tutti i boschi dell’area padana ma è sufficiente comperare un biglietto tramviario e dopo aver salutato i platani, gli aceri, faggi, bagolari, pioppi, cipressini, carpini, frassini, ippocastani, olmi siberiani, pini, abeti, cedri, ontani… e le spiree lanceolate, i ligustri, crespini, forsizie… si può anche fare un salto al museo Egizio, alla cupola del Guarini ed al museo dell’automobile. Ma lo spettacolo che offre il cavalcavia di corso Bramante quando i glicini sono fioriti, vale una visita alla Mole Antonelliana.

(2) – Sulla costa da Marsiglia a Nizza è pieno di albergatori, esercenti e camerieri originari della provincia di Cuneo. In questa zona si verificò una massiccia emigrazione, anche stagionale, a cavallo fra i due secoli. Ancora trent’anni fa a Nizza era possibile dialogare, nei dehors della Promenade des Anglais, in lingua piemontese.

(3) – Antichissimo colle di comunicazione: alcuni studiosi ipotizzano il passaggio di Annibale in questa località. Di quì passò anche la “via del sale”. Nel secolo XV i marchesi di Saluzzo fecero scavare nella roccia quella che è considerata la prima galleria del mondo (il famoso “Buco di viso”, lungo circa 100 metri) che facilitava il passaggio dei muli spesso in difficoltà con la neve del colle soprastante. Per trovare una seconda galleria del genere bisogna aspettare un secolo allorquando Colombano Romean scavò da solo una galleria di circa 400 metri che ancora oggi, in valle di Susa, porta l’acqua dal ghiacciaio del Niblét alle località: Ramat, Chiomonte ed Exilles.

(4) – Si racconta che in questa località sia stato messo nel secolo scorso il primo esemplare di Castagno d’India (Aesculus hippocastanum), detto anche Ippocastano.

(5) – Gli arabi, grandissimi allevatori di cavalli, avevano scoperto che la castagna d’India guariva i quadrupedi bolsi. Da quì, l’origine del nome Ippocastano.

(6) – Tipica espressione gergale piemontese, significa “boia menzognero”.

2 comments

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