PER I MIEI MORTI. IN CUCINA

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Come sempre,  la sera del primo novembre,  un pensiero per loro in cucina.
Castagne bollite, mele e noci, un piccolo mazzo di fiori, una bottiglia di vino e quest’anno anche un bicchiere d’acqua per papà che era astemio ma in compenso, per nulla al mondo, avrebbe rinunciato al suo quotidiano mucchietto di caramelle alla menta.

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Gli piaceva tanto vedermi apparecchiare la tavola per i suoi vecchi.
“Forse non se ne sono mai andati dalla loro casa – diceva – forse sono rimasti qui per farci compagnia.”
Ora che anche lui mi guarda da oltre il velo, faccio fatica a credere che il vuoto non sia tale ed i miei gesti abbiano un senso. C’è grande silenzio mentre dispongo davanti alla sua fotografia le spighe di grano che lui stesso aveva raccolto nel campo, simbolo del suo amore per la terra. Un tempo a questo rituale partecipavano parenti ed amici. E non mancava mai la Tota Cavajà che, dopo aver recitato molto seriamente il rosario, ci raccontava le sue avventure di donna libera, massaggiatrice in America, dama di compagnia in Francia, il bel principe scappato dalla Russia, Josephine Baker che, imperiale, cantava nei teatri della Costa Azzurra. C’erano torte e risate e vita.

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Ora sono sola ad accendere il lumino. O forse no. Mio padre mi sussurra: ” Non essere triste. Guarda che siamo davvero in tanti a farti compagnia”.

 

 

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