Archive for November, 2009

RASPUTIN: mistero, leggenda e verità in un film di Louis Nero

Posted by admin on Nov-30-2009 under Uncategorized

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RASPUTIN. Immagine tratta da: forum.bet4win.org

RASPUTIN: A volte la verità supera la leggenda

Il 1 Dicembre 2009 iniziano le riprese dell´attesissimo film del regista Louis Nero prodotto dalla società indipendente L’Altrofilm, un viaggio nella oscura storia della Russia di fine secolo.

Le misteriose e rarefatte atmosfere dell´antica San Pietrogrado (come allora veniva chiamata San Pietroburgo) saranno ricostruite in luoghi tra San Pietroburgo ,Torino, nel cimitero di San Pietro in Vincoli , e la cittadina di Cirié.

Il 19 Dicembre 1916, l´ultimo dicembre dell´Impero Romanov un complotto contro l´uomo più misterioso della Russia si stava attuando ad opera di alcuni tra i più noti ed influenti personaggi della corte. Attraverso la narrazione docu-fiction si affronta il mistero della vita e della morte del “Santo-Demonio”: Grigorij Efimovič Rasputin.

In un complesso ed articolato percorso, avvalendosi di interessanti e rarissimi documenti, la figura di Rasputin riemerge dalle accuse di occultismo per essere rivalutata e per confrontare il suo percorso personale al martirio di Cristo.

Rasputin, uno dei personaggi più enigmatici e controversi del Ventesimo secolo, è il contadino divenuto consigliere dell´ultimo Zar Nicola II di Russia. Rasputin, l´uomo odiato e temuto nei circoli di governo per il suo potere ipnotico nei confronti della coppia imperiale, l´uomo che con il suo alone suggestivo ha sedotto dame dell´aristocrazia e donne del popolo, l´uomo adorato dalla Zarina Alessandra Feodorovna per aver salvato con le sue facoltà da guaritore suo figlio ed erede al trono l´emofiliaco principino Aleksej. Un uomo che ha pagato con la vita l´amore verso il potere di coloro che gli erano a fianco.

Si parte dalle ultime e rocambolesche ore della sua vita, dalla morte tanto famosa quanto misteriosa di colui che venne ritrovato ancora vivo in un canale di Pietroburgo, ricoperto da una crosta di ghiaccio e ferito gravemente, col viso sfigurato e le mani legate da una corda.

Quel 19 dicembre frotte di persone, con fiasche, brocche e secchi, accorsero ad attingere acqua nella speranza di recuperarci insieme l´incredibile forza di cui tutta la Russia aveva sentito parlare.

Come quei gesti furono punto di partenza della consacrazione di un mito, così gli stessi gesti saranno il punto di partenza del nostro racconto, nella ricostruzione della nascita del suo personaggio e degli uomini intorno a lui.

Descrivendo l´affascinante mondo degli ultimi eredi della dinastia Romanov e attraversando gli stupendi e sfarzosi scenari delle loro residenze, ci si spingerà fino alle sette occultiste dell´antica Russia: un viaggio emozionante sulle ali della leggenda di uno dei personaggi più inquietanti e controversi del Novecento.

Ricchissimo il cast che si alternerà sul set: Rasputin verrà interpretato dal suo attore sosia Francesco Cabras (” La Passione di Cristo” di Mel Gibson, “Equilibrium” di Kurt Wimmer, “Il mandolino del Capitano Corelli” di John Madden”), il Principe Feliks Jusupov - l´assassino - verrà interpretato dall´attore torinese Daniele Savoca (”Pianosequenza” di Louis Nero, “Hans” di Louis Nero, “Raccontami” - tv-Movie -, “Le Stagioni del Cuore” di Antonello Grimaldi).

Ancora nel cast figurano: Ottaviano Blitch (”Italians di Veronesi”,conduttore di Virgin Radio), l´attrice teatrale Anna Cuculo, Riccardo Von Hoenning Cicogna(”Barbarossa”), Antonio Pandolfo, Matilde Pezzotta, Elena Presti, Eleonora Mercatali, Davide Ranieri e molti altri.

Le musiche saranno firmate dall´ultimo vincitore del David di Donatello, il musicista Theo Teardo , le scenografie dal pittore Vincenzo Fiorito .


Ufficio stampa “L’Altrofilm Distribuzione”

Per Interviste 347-7687121 opp. 347.3103789

E-mail: ufficiostampa@altrofilm.it

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Crescentino: il Cinema Teatro Moderno, il nostro Cinema Paradiso

Posted by admin on Nov-29-2009 under Uncategorized
Così era il Cinema Teatro Moderno a Crescentino (Vercelli)

Così era il Cinema Teatro Moderno a Crescentino (Vercelli)

IL CINEMA TEATRO MODERNO, il nostro Cinema Paradiso

Anche Crescentino ha avuto il suo Nuovo Cinema Paradiso. Quando lo inaugurarono, sul finire degli anni venti, poco dopo l’avvento del sonoro, decisero di chiamarlo Moderno quasi a volerne affermare la perenne attualità nel tempo. La città andava fiera di una sala che non aveva nulla da invidiare a quelle di Torino. “430 posti a sedere sufficienti per i bisogni di questa popolazione“ si pregiava di comunicare il podestà nel dicembre del ’34 alla questura di Vercelli, non dimenticando di sottolinearne la natura poliedrica. Non solo un cinema ma un teatro in piena regola, dotato di un grande palcoscenico, di camerini spaziosi e di un’acustica perfetta. Bastava poi rimuovere le sedie della platea, perché si trasformasse in una sala da ballo ideale per le veglie e i veglioni, occasioni mondane per eccellenza, specie a capodanno e nei giorni di carnevale. La voce correva e arrivavano in molti anche dalle cascine delle Grange, dalla collina, dai paesi vicini. Le signore facevano sfoggio di eleganza, gli uomini, tra un ballo e l’altro, parlavano d’affari. Cucina piemontese, buon vino, valzer e mazurche fino all’alba. A casa le donne ritiravano nei cassetti, tra i santini e le foto delle prime comunioni, anche i fogli del menù che per mesi diventavano motivo di commento e l’anno seguente di confronto.

I tre proprietari del Cinema Teatro Moderno, Pavese, Franco e Pagliuzzi sembravano però privilegiare la scelta delle proiezioni. Nel giugno del 36 arrivò dai fratelli Lupi la proposta di uno spettacolo “gradito e ben accetto ovunque oltrechè nella sede invernale della compagnia, il teatro Gianduia di Torino” La risposta del solito podestà fu sintetica e lapidaria.”Il signor Pagliuzzi Pietro mi ha dichiarato di non poterlo cedere in affitto perché in detto teatro vi deve dare, in tutte le sere dei giorni festivi delle rappresentazioni cinematografiche. Nelle altre serate non ritengo che le recite possano avere successo.” Fine. Tra i titoli scelti dal gestore per deliziare il suo pubblico: Don Bosco, incasso lordo 460 lire, numero di spettatori 220, accoglienza assai favorevole. Grande successo di Casta Diva e del Re Burlone. Pietoso velo invece sull’Eredità dello Zio Buonanima. Lo videro in 44. Incasso, netto da tassa erariale, 11 lire. Un disastro. Forse tra i 44 irriducibili presenti in sala c’era anche quel Michelangelo Piovano, da tutti conosciuto come l’Angelo, fotografo, legatore e cinefilo appassionato, che il 15 d’agosto del ‘24 in occasione della festa della Madonna del Palazzo, aveva orgogliosamente presentato a tutti la strabiliante invenzione che avrebbe permesso di sincronizzare il sonoro ai film muti. Il Cinefono Piovano, brevetto n.236040, non gli procurò mai né la fama ne la fortuna del proiettore Pathè, ma almeno servì per regalare ai crescentinesi una serata di magia.

Dopo il dramma della guerra, anche per il cinema di Crescentino venne il momento di rinnovarsi. Per l’ingresso scelsero il marmo, variegato per il pavimento, chiaro per la scala che conduceva alla galleria, ampia e disposta a ferro di cavallo. Le file delle sedie erano in legno, le tende scure e tremendamente pesanti. Nella mia fantasia di bambina, sul finire degli anni 50, nulla era più vicino al sogno del suo grande frontone, un bizzarro connubio tra l’architettura di una chiesa messicana ed il nostro barocco semplificato in onde sormontate da pennacchi che, accentuandone la maestà, lo rendevano diverso da ogni altro edificio del paese. Scenografico lo era di certo, incorniciato dalle arcate dei portici sullo sfondo del ponte sul Po e della rocca di Verrua Savoia, terreno di battaglie sanguinose tra i francesi e l’esercito sabaudo. Per me e per i miei compagni quella era soprattutto la direzione dell’avventura, snodo di tre province, crocevia del mondo.

Al cinema ci si andava fin dai primi anni delle elementari, di rado accompagnati dai genitori. Sapevano che si trattava di un luogo sicuro e che mezzo paese ci avrebbe tenuti sotto controllo. Nei miei ricordi quelle domeniche pomeriggio rimangono per lo più avvolte nei colori dell’autunno e dell’inverno. Uscivamo dalle nebbie ed entravamo al “cine”. Si aprivano per noi paesaggi luminosi e cieli sconfinati.

Ci davamo appuntamento sotto i tigli del viale di San Rocco. Io, la Ina, la Rita, la Laura, la Gege, incontravamo poco più avanti, sulla piazza del mercato, il Riccardo, l’Ezio, il Silvano, il Pierangelo. Ci legavano l’amicizia e l’articolo davanti ai nostri nomi, una sorta di cantilena-collante a cui neppure oggi, benché consapevoli dell’errore, riusciamo a rinunciare. Arrivavano poi la Pinuccia, la Carletta, l’Enzino, il Roby… e via, tutti insieme verso la biglietteria. L’unica delle madri a non mancare mai era la Luigina, la mamma dell’Ezio, che anche lì esercitava appieno il suo potere di bidella per metterci tutti in riga. Di solito per il figlio, oltre al biglietto, chiedeva alla Carulina, presenza quasi fossile dietro al banchetto delle bibite accanto alla cassa- , di venderle una striscia di tiramolla e una bottiglietta di gassosa con la cannuccia. Totale 50 lire.

Platea del Cinema Teatro Moderno di Crescentino negli anni ?60

Platea del Cinema Teatro Moderno di Crescentino negli anni '60

La distribuzione degli spettatori in platea, fatta eccezione per gli spettacoli teatrali, avveniva secondo un copione assai rigido. I bambini sempre nelle prime file, a metà le coppie sposate, al fondo gli uomini soli. Il controllo spettava al Pierin Fogliato, baffetti e capelli sparati, molto compreso nella doppia parte di maschera e di organizzatore. La galleria era affidata invece ad una gestione più anarchica, per quanto tutti rispettassero il posto fisso degli affezionati. Ci si accedeva solo quando si passava alle scuole medie, mai prima, quasi si trattasse di un rito d’iniziazione. Occorrevano tempo e pazienza per salire di livello, più o meno come nelle processioni del venerdì santo, dove non potevi diventare la Veronica se prima non eri stata angioletto, piansulenta e pia donna.

Si apriva il sipario e nel grande cono di luce iniziava a fluttuare il fumo delle sigarette, accese in continua intermittenza come lucine del presepio. Fumavano gli uomini che per tutta la durata del film tenevano il cappello in testa come Humphrey Bogart, imbacuccati in cappotti pesanti. Fumavano i ragazzi della galleria, cercando di non farsi scoprire dai padri fumatori e fumavano le ragazze più emancipate, lanciando nel buio i primi messaggi di libertà. Era tutta una storia di fumo. Fumo in sala e fumo dallo schermo, se ci si mettevano anche gli Apaches a scambiarsi segnali nelle grandi praterie. Ma era anche e soprattutto, ogni volta, la storia di una partecipazione corale di pancia e di cuore, di corpi e voci che si alzavano quando arrivavano i nostri, di grandi e bambini che incitavano l’eroe, di fiato sospeso nelle scene d’azione, di applausi calorosi dopo una serie baci appassionati.

Il cinema era sempre al gran completo, il giovedì, il sabato e la domenica se in cartellone c’erano i colossal. Mitici. Irrinunciabili. Interminabili. Tanto che il Pierin Pagliuzzi perdeva la pazienza e a volte decideva di dare un taglio, senza preoccuparsi troppo se l’interruzione avveniva nel bel mezzo di una scena madre. Allora si avvertiva come un cigolio, un rumore di ferraglie, sullo schermo compariva una striscia bianca, si chiudeva il sipario e i più scalmanati gridavano: Pagliuzzi! Pagliuzzi!.. rivendicando il sacrosanto diritto di sapere che fine avesse fatto il popolo di Mosè, rimasto in mezzo al mare, in fuga dalle ire del faraone. Il Pagliuzzi, barricato nel suo stanzino dietro al proiettore, non mostrava il benché minimo turbamento se I dieci Comandamenti diventavano nove. In fondo, già negli anni trenta , aveva dato scarso peso ai richiami del solito podestà che lo sollecitava, su pressione dell’Istituto Nazionale L.U.C.E, “ad includere in ogni spettacolo, un documentario a scopo di propaganda e cultura a mezzo della cinematografia”. Il Cinema Moderno era una sua creatura e toccava a lui decidere se attenersi “alla lettera e allo spirito della Legge”. Un notiziario in meno ogni tanto non avrebbe cambiato la vita di nessuno, né un taglio a Via col Vento si sarebbe mai tradotto in insanabile ferita.

Frequentavo la terza elementare, quando mia madre m’ impose per la prima volta di effettuare una scelta. O Luciano Tajoli, che veniva a cantare il sabato sera, o Marcellino Pane e Vino, la domenica pomeriggio. Tutti e due no, era chiedere troppo. Decisi per Luciano Tajoli. Nelle prime file era schierata una folta rappresentanza della mia immensa parentela, gli zii di San Grisante, i cugini della Campagna, persino la nonna che non usciva mai. Iniziarono a piangere in coro fin dalle prime note di “Mamma” e quando lo zio Cesare senti intonare “Balocchi e profumi” il suo singhiozzo contagiò tutta la sala. Non c’era spettatore che non avesse gli occhi lucidi, non uno che non tirasse fuori il fazzoletto. Neanche il prestigiatore che nell’intervallo tentò di allietarci con le sue magie, riuscì ad estorcerci un sorriso. Furono tutti concordi nel dire che era stata una serata magnifica, che non si ricordavano di aver mai versato così tante lacrime. La vicenda del povero Marcellino ,che conobbi in seguito dalla televisione, aveva al confronto la leggerezza dello zucchero filato.

Quando finalmente noi ragazze potemmo spostarci in galleria, la visione dei film e della vita ci apparve diversa. Ci sedevamo in prima fila per meglio controllare il traffico della platea e, di tanto in tanto, davamo un’occhiata a quel che succedeva dietro di noi. Film nel film, c’era sempre un gran movimento. Si intrecciavano sguardi, nascevano amori. Più forte era la passione, più le coppie tendevano a salire. Il buio dell’ultima fila era riservato a quelle con i capelli cotonati e i tacchi a spillo, non certo a noi che portavamo ancora i gambaletti di lana. Spesso da dietro le tende comparivano anche i nostri insegnanti delle medie, la signorina Gozzola che l’indomani ci chiedeva puntualmente trama e commento ed il professor Bosso, sigaretta sempre accesa e l’eleganza di Cary Grant. Diceva: “Cominciate a pensarci. Martedì faremo un disegno sul western all’italiana.” Ancora ricordo la mia interpretazione di “Per un dollaro bucato”. Una sparatoria circolare su sfondo rosso sangue.

In pochi anni anche noi rinunciammo al gioco dei pettegolezzi per rifugiarci sempre più in alto, non di rado con uno degli scalmanati dei palchi laterali. “E’ una ruota che gira”, commentava senza scomporsi mio padre.

La ruota girò anche per il Cinema Teatro Moderno finchè un giorno si fermò.

Quando, a metà degli anni ottanta, si seppe che l’avrebbero convertito in supermercato, come per la perdita di un parente caro fummo in molti a provare un dolore sordo, seguito da una lieve, persistente malinconia. Calava il sipario sulla nostra storia. Finiva il film della nostra giovinezza.


Maria Giulia Alemanno

Versione integrale del testo pubblicato, leggermente ridotto per motivi di spazio, su Torino Sette-LA STAMPA, in occasione della mostra 100 ANNI DI CINEMA, allestita a Crescentino nel maggio 2008.




ALBERTO GRANADO: El viaje no fue una aventura

Posted by admin on Nov-21-2009 under Uncategorized
Alberto Granado a Crescentino (Vercelli) nel settembre del 2007

Alberto Granado a Crescentino (Vercelli) nel settembre del 2007

EL VIAJE NO FUE UNA AVENTURA

Desde que yo tenía por lo menos catorce años, mucho antes de conocer al Che, al futuro Che, comencé a planificar el viaje como una forma ideal de mi vida. Si no hubiera hecho el viaje, aunque fuera presidente de la república, aunque fuera premio Nobel de bioquímica, no me hubiera sentido feliz. A tal punto lo tenía decidido que ya tenía una estrategia que era: si a mí una cosa me interesaba, era entonces antes del viaje y, si no me interesaba, era después de que volviera del viaje. Siempre tenía una respuesta. La idea del viaje la adornaba. Si yo me encontraba con un tipo al que le gustaba la cacería, empezaba a hablar del viaje, y le decía “¿sabes lo que es ir a Uganda y ver catorce tipos de cocodrilos, ir a África?”, y me decían “qué bueno, yo voy contigo”. Si era una muchacha, tocaba la guitarra, cantaba tango y pasaba la gorra, “ah, cómo no, yo voy contigo”, todo el mundo iba conmigo. Y Ernesto por su lado, también a él le gustaba mucho viajar, era más movido que yo, hizo un viaje en bicicleta, así que tenía su experiencia, pero yo tenía mi propia experiencia: el viaje había que hacerlo acompañado, no se podía hacer solo. Lo curioso es que el Che en el año 1949 hizo un viaje como enfermero en la marina mercante argentina desde el Sur hasta el Norte, más allá de Belén, y de ahí hasta la Patagonia. Luego, estando yo en Buenos Aires, en mis labores de estudio de la lepra y en busca de una vacuna contra esa enfermedad, era mi idea entonces… , me encuentro con Fúser y me dice “¡ah! petiso, qué razón tenías, no encontré a nadie que me acompañara en el viaje, nada más que las tortugas. Tenías razón: un compañero siempre hace falta”.

Estuve muchos años preparando el viaje. La teoría hizo que la moto estuviera tan recargada de cosas: desde un frac para dar una conferencia hasta una pelota de fútbol para hacer un partido. En la salida estuvimos a punto de chocar contra un tranvía, por el exceso de peso la moto se levantaba de adelante y no tenía dirección. Nosotros aspirábamos a llevar más que una moto, un trailer, una casa rodante. Pero después la vida nos demostró que había tantas cosas que no eran necesarias. Llevábamos tienda de campaña, unos catres, las mantas, los libros, cuadernos, el repuesto, medicamentos, una pequeña parrilla para hacer asado en el camino. Todo lo que se nos iba ocurriendo lo poníamos. Pensábamos que íbamos a comer en las carreteras, y al final fueron los vecinos quienes nos ayudaron.

Todo empezó como una aventura. Queríamos conocer el mundo, pero nos impactó la miseria, cómo la gente pobre, la gente humilde, se relacionaba con nosotros, nos atendía, eso nos impresionaba. Por ejemplo, nos encontrábamos en algún lugar con unos médicos, hablábamos de medicina, de lepra, sabíamos del tema, pero por el aspecto que teníamos, cuando salíamos de ese lugar ya no nos volvían a recibir.

Alberto Granado

La Habana, septiembre 2009

Sono i ricordi che Alberto Granado, il miglior amico di giovinezza di Ernesto Che Guevara, ha inviato da L’Avana agli organizzatori del Festival Internazionale di Letteratura di Chivasso I luoghi delle parole , al quale è stato invitato lo scorso ottobre per parlare del viaggio che insieme affrontarono attraverso il Sud America in sella alla leggendaria Poderosa, una Norton 500 che, sì, li abbandonò ben presto ma divenne il simbolo del loro straordinario percorso di libertà e consapevolezza.

Il film I diari della motocicletta di Walter Salles , ben racconta, con grande intensità e senza alcuna retorica, la vicenda di questi due ragazzi che, partiti dall’ Argentina, arrivarono fino al cuore dell’ Amazzonia peruviana per stare con gli ultimi degli uomini, i malati del lebbrosario di San Pablo.

In questo senso il viaggio, come dice Granado, non fu certo un’avventura. Fu anzi l’incontro con la povertà, lo sfruttamento, l’ingiustizia e fu la presa di coscienza che occorreva lottare per la dignità umana e per un mondo più giusto e solidale, il mondo del “Hombre nuevo”.

Granado ama ritornare in Piemonte, una terra immaginata attraverso i racconti degli emigranti conosciuti in Argentina a Cordoba, la sua città natale: gente di collina e di pianura che aveva attraversato l’oceano in cerca di fortuna. Gente che , nel dialetto che ancora ricorda e comprende, gli parlava della bagna cauda, della panissa e del vino di queste parti, scuro come il sangue ma buono come il nettare degli dei.

Durante i giorni del Festival Internazionale di Letteratura organizzato dalla Fondazione 900 di Chivasso, Granado, piccolo grande uomo, semplice e profondo ha raccontato ad un pubblico di ogni età non solo il viaggio della sua giovinezza ma quello della sua vita, da una prospettiva di successo come direttore di una clinica in Veneziela al suo impegno a Cuba dove si trasferì in seguito alla rivoluzione, su invito di Ernesto, ormai diventato per tutti “el Che”. Da Santiago, dove nel 61 ha fondato la Scuola di Medicina, a L’Avana dove tuttora vive, si è dedicato per anni alla ricerca in campo biochimico fino a quando, ritiratosi in pensione, ha deciso d’ intraprendere un nuovo viaggio che lo ha portato ormai in molti paesi, per parlare di Ernesto. Carismatico ed instancabile, racconta ogni volta di un Che lontano dalla mitologia, “un ragazzo come voi - è solito dire ai tanti giovani cha accorrono per ascoltarlo ed abbracciarlo -convinto dei propri ideali, deciso a lottare per un mondo migliore”.

Qui di seguito la traduzione italiana del testo spagnolo . Si tratta di un pezzo discorsivo, non certo cesellato, in perfetta linea con i racconti che Alberto Granado è solito fare, davanti a un “trajito de ron” nella fantastica cucina della sua casa di L’ Havana, crocevia quotidiano d’incontri, discussioni, scambi d’esperienze e di progetti, ineguagliabile ventana aperta sul mondo. Così, volutamente informale e fluido, è rimasto anche nella versione pubblicata sul settimanale de LA STAMPA , Torino Sette, il 23 0ttobre 2009.

Maria Giulia Alemanno

IL VIAGGIO NON FU UN’AVVENTURA.

Da quando avevo circa quattordici anni, molto prima di conoscere il Che, il futuro Che, iniziai a pianificare il viaggio come forma ideale della mia vita. Se non avessi realizzato il viaggio, non sarei stato felice, neppure se fossi diventato presidente della Repubblica o mi avessero assegnato il Premio Nobel in biochimica. Ero così deciso a compierlo che avevo già una strategia : se una cosa mi interessava, era prima del viaggio, se una cosa non mi interessava, era al ritorno dal viaggio. Avevo sempre una risposta. Ero solito magnificare l’idea del viaggio . Se incontravo un tizio a cui piaceva la caccia, iniziavo a parlare del viaggio, e gli dicevo: “Sai cosa significa andare in Uganda, vedere quattordici specie di coccodrilli, andare in Africa?”, e quello mi rispondeva “Fantastico, vengo con te”.
Se si trattava di una ragazza, suonavo la chitarra, le cantavo un tango, e facevo la questua. “Ah, come no, vengo con te” diceva. Tutti volevano venire con me.
Ed Ernesto da parte sua, anche lui amava viaggiare, e lo aveva fatto più di me visto che avev a già realizzato un un viaggio in bicicletta, quindi aveva la sua esperienza, ma io avevo la mia: il viaggio doveva essere fatto in compagnia, mai da soli. La cosa curiosa è che nel 1949 il Che aveva fatto un viaggio come infermiere nella marina mercantile argentina da Sud a Nord, oltre Belén, e da li alla Patagonia. Finchè un giorno - io stavo a Buenos Aires immerso nelle mie ricerche sullo studio della lebbra, intento a scoprire un vaccino contro questa malattia - era la mia idea allora… incontrai Fúser e mi disse “Ah! petiso, piccoletto, hai ragione, non ho trovato nessuno che volesse accompagnarmi in quel viaggio, nessuno se non le tartarughe. Avevi ragione: c’è sempre bisogno di un compagno”.

Ho impiegato molti anni a preparare il viaggio. La teoria volle che la moto fosse molto carica: da un frac da indossare per una conferenza ad una palla da football per farci una partita. Alla partenza stavamo per scontrarci con un tram. La moto si alzava davbanti per il peso eccessivo e non teneva la strada. Più che una moto avremmo voluto avere un rimorchio, un camper ma in seguito la vita ci dimostrò che tante cose non erano necessarie.
Portammo una tenda da campeggio, brande, coperte, libri, quaderni, le scorte, le medicine, una piccola griglia per farci un vero asado lungo il viaggio . Caricammo tutto ciò che credevamo ci occorresse. Pensavamo che avremmo mangiato per strada, invece alla fine fu la gente ad aiutarci, altrimenti.

Tutto iniziò come un’avventura. Volevamo conoscere il mondo, invece ci scontrammo con la miseria, e vedemmo come i poveri, gli umili si rapportavano con noi, ci accoglievano e questo ogni volta ci impressionava. Ad esempio, da qualche parte incontravamo dei medici, parlavamo di medicina, di lebbra, conoscevamo l’argomento, però sapevamo che, per il nostro aspetto, una volta andati via non ci avrebbero più ricevuti.

Alberto Granado

L’ Avana, settembre 2009

YEMAYÁ Y SUS SIETE CAMINOS: in un video la dea Yoruba di Maria Giulia Alemanno

Posted by admin on Nov-17-2009 under Uncategorized

Maria Giulia Alemanno con Yemayá Awoyó

Un nuovo video sull’ opera di Maria Giulia Alemanno, principale interprete europea dela Santeria cubana, è su YouTube. S’intitola YEMAYÁ Y SUS SIETE CAMINOS come la mostra che l’artista ha dedicato alla dea dell’ acqua di mare nel gennaio del 2007 a L’Avana. Teatro dell’allestimento la Casa Museo de La Obra PÍa, suggestivo palazzo coloniale nel cuore della città vecchia restaurato per volere dell’Historiador de La Ciudad ,Eusebio Leal, che con grandissimo gusto e sensibilità, sta lavorando per restituire a L’Avana l’ antico splendore.

La mostra, promossa dal Museo Casa de Africa, con il quale l’artista collabora da anni , è stata l’evento centrale, patrocinato dalla Regione Piemonte, del Convegno Internazionale di Antropologia Sociale e Culturale sulle radici afro americane che si svolge ogni anno nella capitale cubana, coagulando attorno al museo Casa de Africa studiosi e religiosi di tutto il mondo.

Sette è il numero magico legato a Yemayá, sette sono le perline bianche e blu alternate della sua collana e sette sono le principali manifestazioni o “caminos” della Grande Madre. Da qui il nome della mostra per la quale la pittrice ha realizzato sette tele in acrilico di grandi dimensioni, ognuna dedicata alla dea di origine Yoruba che a Cuba ha trovato sincretismo nella Virgen de Regla, la madonna nera che prende il nome dal “pueblo” affacciato di rimpetto alla baia di L’Avana.

Dopo il grande successo ottenuto al Museo de la Obra Pía l’esposizione, resa itinerante, è stata ospitata nel corso dell’anno nei prestigiosi spazi della Fortezza del Morro, all’ Istituto Nazionale di Antropologia, alla Galleria Concha Ferrant di Guanabacoa e, nel gennaio 2008 nelle sale della Unión de los Artistas y Artesanos de Matanzas, “città santera” per antonomasia.

Il video, opera dal fotografo Osvaldo Piolatto, propone le immagini delle sette Yemayá di Maria Giulia Alemanno: Yemayá Awoyó, Yemayá Akuara, Yemayá Mayaleo, Yemayá Konlá, Yemayá Achabá, Yemayá Okuté e Yemayá Asesú inserite in un contesto di panni al vento davanti al mare di Jibacoa. Le grandi tele dipinte si confondono con le lenzuola bianche e azzurre, i colori della dea, in una seguenza di grande suggestione scandita dalla voce indimenticabile di Celia Cruz, che molte volte ha offerto a Yemayá il suo intenso canto. “Un bembé pa Yemayá” è il titolo del brano scelto per accompagnare il fluire sullo schermo della Grande Madre.

LA BIBLIOTECA DIGITAL MUNDIAL: un grande aporte para la humanidad

Posted by admin on Nov-15-2009 under Uncategorized

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Ricevo da Hector Torres, poeta cileno residente a Montreal, questo messaggio aperto al sapere del mondo che con grande piacere pubblico.

LA BIBLIOTECA DIGITAL MUNDIAL

ESTE MENSAJE NO SÓLO ES PARA LEER Y ARCHIVARLO

SINO QUE ES UN DEBER ÉTICO DIFUNDIRLO!!!

La Biblioteca Digital Mundial presentada oficialmente, el 13 de octubre pasado en la sede de la Unesco, en París. ya está disponible en Internet, a través del sitio

World Digital Library Home


Reúne mapas, textos, fotos, grabaciones y películas de todos los tiempos. Explica en siete idiomas (árabe, chino, inglés, francés, ruso, portugués y el español); las joyas y reliquias culturales de todas las bibliotecas del planeta. Pero hay documentos en línea en más de 50 idiomas.

UN GRAN APORTE PARA LA HUMANIDAD

DE LA UNESCO Y OTRAS 32 INSTITUCIONES.

La BDM ofrecerá documentos con “valor de patrimonio”, que permitirán apreciar y conocer mejor las culturas del mundo. El sistema propone las explicaciones en siete idiomas.

Entre los documentos más antiguos hay algunos códices precolombinos, y los primeros mapas de América, dibujados por Diego Gutiérrez en 1562.

Los documentos, por su parte, han sido escaneados en su lengua original. De ese modo, es posible, por ejemplo, estudiar en detalle el Evangelio de San Mateo traducido en aleutiano por el misionero ruso Joan Veniamiov, en 1840. Con un simple clic, se pueden pasar las páginas de un libro, acercar o alejar los textos y moverlos en todos los sentidos. La excelente definición de las imágenes permite una lectura cómoda y minuciosa.

La biblioteca comienza con unos 1200 documentos, pero ha sido pensada para recibir un número ilimitado de textos, grabados, mapas, fotografías e ilustraciones. Permite al internauta orientar su búsqueda por épocas, zonas geográficas, tipo de documento e institución.

¿CÓMO SE ACCEDE AL SITIO GLOBAL?

El acceso es gratuito y los usuarios pueden entrar y navegar directamente por la Web, sin necesidad de registrarse. Cada joya de la cultura universal aparece acompañada de una breve explicación de su contenido y su significado.


Cuando uno hace clic sobre la dirección www.wdl.org , tiene la sensación de tocar con las manos la historia universal del conocimiento.


Permite al internauta orientar su búsqueda por épocas, zonas

geográficas, tipo de documento e institución.


Entre las joyas que contiene por el momento la BDM está la Declaración de Independencia de Estados Unidos, así como las Constituciones de numerosos países; un texto japonés del siglo XVI considerado la primera impresión de la historia; el diario de un estudioso veneciano que acompañó a Fernando de Magallanes en su viaje alrededor del mundo; el original de las “Fabulas” de Lafontaine, el primer libro publicado en Filipinas en español y tagalog, la Biblia de Gutenberg, y unas pinturas rupestres africanas que datan de 8.000 A .C


Dos regiones del mundo están particularmente bien representadas: América Latina y Medio Oriente. Eso se debe a la activa participación de la Biblioteca Nacional de Brasil, la biblioteca Alejandrina de Egipto y la Universidad Rey Abdulá de Arabia Saudita.


La estructura de la BDM es una copia del proyecto de digitalización la Biblioteca del Congreso de Estados Unidos, que comenzó en 1991 y actualmente contiene 11 millones de documentos en línea.


Sus responsables afirman que la BDM está sobre todo destinada a investigadores, maestros y alumnos. Pero la importancia que reviste ese sitio va mucho más allá de la incitación al estudio de las nuevas generaciones que viven en un mundo audiovisual. Este proyecto tampoco es un simple compendio de historia en línea: es la posibilidad de acceder, íntimamente y sin límite de tiempo, al ejemplar invalorable, inabordable, único, que cada uno alguna vez soñó con conocer.


Esta Biblioteca Digital Mundial, en inglés WORLD DIGITAL LIBRARY, fue presentada oficialmente, el 13 de octubre pasado, en la sede de la Unesco, en París.

A Cuneo ARTIGRAFIE 11 è alla ricerca di “LUCI NEL BUIO”

Posted by admin on Nov-9-2009 under Uncategorized

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Immagine tratta da zioproto.ninux.org

Ricevo e volentieri pubblico.

È on line

ARTIGRAFIE 11

la nuova mappa per perdersi tra segni e forme d’arte: www.artigrafie.it.

ARTIGRAFIE 11 segue il filo rosso di Scrittorincittà 2009(www.scrittorincitta.it) e va alla ricerca di

“Luci nel buio”.

Se buio è la mancata comprensione, l’assenza di punti di riferimento o una pagina fatalmente bianca, luci sono quelle intuizioni brillanti, fulminanti, risolutive… in due parole: il genio creativo.

Gli Orizzonti di ARTIGRAFIE 11 raccontano esperienze di fruizione di opere di:
- Niccolò Ammaniti (http://www.artigrafie.it/orizzonti/inchiostro);
- Bill Viola (http://www.artigrafie.it/orizzonti/linee-e-colori);
- Giorgio Gaber (http://www.artigrafie.it/orizzonti/suoni);
- Momix (http://www.artigrafie.it/orizzonti/palchi-e-pellicole).

Le Oasi, prove di scrittura creativa, sono:
- Cartoline spedite guardando sotto le gonne della notte londinese
(http://www.artigrafie.it/oasi/cartoline);

- Passaporti che ammettono fin negli abissi di “Nightwood” di Djuna Barnes (http://www.artigrafie.it/oasi/passaporti);
- Incroci mancati, marchiati dal chiarore gelido di una stella
(http://www.artigrafie.it/oasi/incroci).

Le Scoperte, vetrina per giovani autori, espongono creazioni fatte di:
- Parole di Luca Pizzolitto (http://www.artigrafie.it/scoperte/parole);

-Immagini di Carloluigi Colombo “Grand Chiren” (http://www.artigrafie.it/scoperte/immagini);

- Audio dei Fasti (http://www.artigrafie.it/scoperte/audio).

Nell’Agorà (http://www.artigrafie.it/agora), spazio di dialogo e confronto, intervengono:
- Andrea Camilleri, che racconta i propri fari e ricorda il lato oscuro (storico) delle “Luci nel buio”;
- la voce del “Grande Gatsby”, che inneggia a una luce verde che indica il “via libera”;
- il Botta e Risposta tra un lettore e un redattore, che ricordano un tempo vissuto a ritmo di Beatles.

La ricerca di “Luci nel buio” continua a Cuneo, dal 12 al 15 novembre,con Scrittorincittà, dove Artigrafie interviene dedicando al pubblico tante iniziative (http://www.artigrafie.it/eventi).
Avviso ai naviganti (della Rete): durante il festival Artigrafie partecipaanche a “Why Web”, incontro con altre riviste on line e con l’intervento di Peppe Fiore, fissato per domenica 15 novembre, dalle ore 15, presso gli Ex-lavatoi.

Accendi “Luci nel buio”: sfoglia www.artigrafie.it.

CLAUDE WEISBUCH: il peso della leggerezza

Posted by admin on Nov-4-2009 under Uncategorized

http://www.lemondedesarts.com/images/weisbuch01.jpg

Claude Weisbuch: il peso della leggerezza

Incisioni e disegni alla Dante Alighieri di Torino

Si chiama Libreria Dante Alighieri in piazza Carlo Felice 15 ma per tutti i torinesi è Fogola. Più che una libreria è un’istituzione che spazia dall’editoria all’arte. Rassegne ed esposizioni si susseguono sempre di ottimo livello. In questo settembre fino al 18 ottobre nei suoi locali è da gustare una ricca collettiva. Brunetto, Capello, Cremona, Ciry, Gazzera, Gentilini, Gribaudo, Mastroianni, Musante, Colombotto Rosso, Tavernari, Terreno. Nomi noti e di valore tra cui segnalo, a mio gusto. la tecnica mista di Gribaudo e il piccolo ma delicato lavoro di Italo Cremona. Non posso però dedicare ulteriori parole e descrizioni perché in una sala a lui giustamente riservata ci sono i disegni e le incisioni di Claude Weisbuch. Se mi è permesso un ricordo personale, circa dieci o undici anni fa a Montreal ero rimasto con il fiato sospeso per i disegni che Jim Dine aveva realizzato vivendo per mesi e mesi nella gipsoteca di Berlino. Sanguigne e matite nere su grandi e ruvidi fogli di carta. Potenza e forza ricavate da corpi e tronchi. La stessa visionaria trattazione del Michelangelo della Sistina, tanto più sbalorditiva in un artista che conosciamo come caposcuola della pop art.

Claude Weisbuch rincorre, nei suoi disegni, un’identica idea di immanenza corporea.

I tronchi umani sono monchi, vi si può leggere solo la tensione e lo sforzo, come nello slancio della liberazione da una materia che sovrasta ed impone. Le masse muscolari si articolano nel tentativo di liberarsi dal tratto di matita che le imprigiona. La mano dell’artista insegue e riproduce le torsioni e le tensioni di muscoli e fibre. Corpi senza volto ma che parlano, anzi urlano, senza però sottrarsi al rigore scientifico di un’applicazione anatomica di chiaro riferimento leonardesco.

E’ facile accorgersi di trovarsi di fronte ad un maestro del disegno. Davanti ad un maestro e non ad un virtuoso, uno che impiega la matita per cercare nella figura umana la potenza e la forza inespresse e nascoste. Ma come un prestigiatore di rango Weisbuch non finisce di stupire. Ci sono le sue incisioni a rovesciare sensazioni e giudizi. Un’impressionante eclettismo e duttilità ci trasportano su un altro piano. Cambia lo stile. Tratti delicati, linee spezzate, quasi ragnatela, un’espressionismo alla Grosz, non copiato ma sentito, che applica all’incisione delicatezza ed ironia, giocato sulla trattazione surreale delle composizioni. E’come trasferirsi dalle sinfonie di Bach alle arie mozartiane.

La leggerezza si sostituisce alla forza, la lievità al peso, l’ammiccamento alla dichiarazione, ma mai e poi mai Weisbuch dimentica l’identità, la personalità, la cifra e il dottor Jekyll e mister Hyde possono a braccetto convivere nella stessa stanza.


Massimo Olivetti

in Il Corriere dell’Arte

Edgardo Corbelli contemporaneo alla Galleria Pirra di Torino

Posted by admin on Nov-1-2009 under Uncategorized

http://www.exibart.com/profilo/imgpost/rev/257/rev52257(1)-ori.jpg

Edgardo Corbelli, Madame Claude, olio, 1983, cm. 73×92

Edgardo Corbelli contemporaneo.

Dal 17 ottobre 2009 In esposizione alla Galleria d’arte Pirra

C’è una fotografia di Edgardo Corbelli per me illuminante nel grande e completo catalogo, edito nel marzo del 1983, che Stefano Pirra aveva voluto per illustrare e consacrare i cinquant’anni della sua pittura. E’ una grande foto, un po’ sgranata e un po’ seppiata, con Corbelli accovacciato nel suo studio, che offre all’obbiettivo il disegno di una modella sdraiata, vista di schiena. Sul muro, per terra e intorno, oli di figure femminili. In primo piano, di scorcio, tagliato dal fotografo, il ginocchio, solamente il ginocchio, della modella, inguainato nelle calze. Istantanea consapevolmente rivelatrice dell’universo in cui era ed agiva la sensibilità pittorica di Corbelli.

Il gesto del porgere il disegno, quasi offerta cerimoniale, e l’espressione del volto di Corbelli d’intensa e totale compenetrazione con il soggetto rappresentato, danno la cifra e il sigillo dell’affezione, quasi culto, per la sensualità come nucleo centrale della sua azione pittorica.

Non è questione di tematiche anche se Corbelli si è espresso in una quasi infinita galleria di figure femminili - nudi prevalentemente fino agli anni ottanta e, successivamente, figure femminili casualmente vestite - ma della carica di energia che ricercava nell’esistente. Sono i suoi stessi paesaggi, negli anni precedenti alla seconda guerra mondiale, scorci di Trana, Avigliana, Nichelino, Mirafiori, Ivrea, che sembrano studiare la via per arrivare a trasmettere una sensuale carnalità. Certo l’ascendenza di Delleani, assorbita alla scuola di Emilia Ferrettini Rossotti, in parte lo imprigionava. Doveva ricondurre la percezione del sensuale degli alberi, del bosco, il “Paruc” di Trana così tante volte rappresentato, delle montagne, della natura, ad uno schema predefinito.

Se ne liberava con audaci ribellioni se non tematiche, almeno coloristiche. Già il segno prefigurava gli sviluppi futuri. Un segno forte senza esitazioni o ripensamenti, che cercava lo spessore, la marcatura del contorno, per isolare gli elementi e concentrare l’”èlan” pittorico nella carne del paesaggio.

La deportazione nel campo di concentramento come stimmate di vita e l’atelier-scuola di Kokoschka frequentato a Salisburgo nel ’57, come genesi stilistica, lo affrancano dalle ascendenze. Non è necessario discuterne l’appartenenza, più o meno marcata e vincolante, all’espressionismo, perché i suoi lavori indubitabilmente diventano espressione. Corbelli sintetizza, riduce tutto all’esenziale, intensifica il segno che diventa prevalente, isola i soggetti e li tratta come universalmente a se stanti. Il colore è sempre audacemente geniale, i blu, i verdi, i rossi e gialli, sono gettati sulla tela come fanfare, e il colore stesso diventa funzione, “servitor servente “, della “scolpitura “dei tratti, dei corpi, delle membra, degli arti.

Modelle, donne che si assoggettano ad essere investigate in una totale e spaesata carnalità. Nudi modiglianeschi nelle posture che però sottolineano l’evidenza di una solidità tutta piemontese. Così scriveva di lui Bernard Toussaint “ La parsimonia, l’avarizia, la misura non sembrano essere i motori della creazione del pittore, al contrario, esse sono anche i freni al piacere e alla consumazione visuale delle cose. Il mondo non è più per lui che un vasto luogo dove far bruciare – come una sigaretta –lo spazio, il tempo, l’erotismo, la sensualità”.

Con sicurezza si può e si deve affermare che Alessandro Corbelli nella lunga parabola della sua carriera ha sempre praticato l’assoluta sincerità pittorica. Quello che provava dipingeva, con il coraggio di chi non si curava di mode e mercati, fama o denaro, ma solamente dell’intima coerenza con il suo vedere e sentire. Un’eticità artistica che lo proietta in una dimensione che travalica il locale e si espande per accostarsi a valori e dimensioni internazionali.

“Edgardo Corbelli contemporaneo “ è una mostra importante con un titolo che, a vent’anni dalla sua scomparsa, ne certifica l’attualità come anche i suoi lavori, in esposizione dal 17 di ottobre alla Galleria Pirra, testimoniano.


Massimo Olivetti

Edgardo Corbelli alla Galleria Pirra a vent’anni dalla scomparsa . In IL CORRIERE DELL’ARTE n.33, anno 15.