Ancora uno sguardo
Una mostra bellissima sta per chiudere. Le tante persone che l’hanno visitata la porteranno di certo nel cuore. Ancora uno sguardo ideale alle sculture di terra e di legno che ci hanno rivelato l’anima antica e profonda delle donne d’Africa nella meravigliosa cornice romanica del Battistero di Asti. Le parole del critico d’arte Massimo Olivetti, scritte per il Corriere dell’Arte di venerdì 30 maggio 2008, ci aiutano a meglio comprendere ed amare un arte collettiva e meravigliosa.
Maria Giulia Alemanno
DUE DIVERSI SGUARDI SUL SACRO
Una grande mostra, non c’è dubbio, quella che al Battistero di San Pietro ad Asti si è inaugurata venerdì 16 maggio e resterà aperta fino al 6 di agosto. Grande non solamente per l’accurata bellezza dei pezzi presentati ed offerti alla visione del pubblico, ma soprattutto perché riprende e completa un discorso che già la splendida mostra “Africa: capolavori da un continente” aveva aperto alla GAM di Torino nel 2003.
Un tema in comune là e ora: cos’è e come è l’arte africana. L’interesse direi esplosivo che già a Torino nel 2003 aveva accompagnato quell’esposizione ci dice che la “questio” alla latina, o più prosaicamente il dilemma, è ancora aperto. Le nostre categorie critiche, parlo di noi profani ma anche degli africanisti, degli antropologi, degli storici, appaiono ancora profondamente estranee ed insufficienti per dare una risposta definitiva alla questione. Come si vede da un dibattito che ormai data agli inizi del novecento le risposte sono state comunque date, ma non hanno retto che per brevi lassi di tempo. L’arte africana continua beffardamente a sfuggire alle nostre classificazioni, sostanzialmente perché rifiuta di adeguarsi al “ canone”che la classicità ha ormai introdotto nel nostro DNA estetico. Logica vorrebbe una semplificazione liquidatoria come, spesso, si è tentati di fare. L’arte africana non è. E’ artigianato buono per antropologi o curiosi in generale, acquisibile come manufatto da guardare compiacendosi dell’alienità e della distanza da noi. Logica vorrebbe, ma la sconfitta di questa consolatoria conclusione non arriva solamente dalla smentita degli esperti, quanto dalla realtà di un interesse travolgente per le esposizioni sull’Africa nutrite dal fascino che si sprigiona da quegli stessi oggetti.
Mi sento, entrato nel Battistero di Asti, percorrendo con lo sguardo questa Africa, nello stesso modo in cui si sentirono gli scopritori di Altamira o Lascaux: stupefatti e sopraffatti alla presenza di un universo “artistico” che non sospettavano e che non era contemplato dalla ufficialità della storia dell’arte. Per essa non poteva esistere, ma dai soffitti di quelle caverne le pitture murali letteralmente sconvolgevano, con la loro potenza espressiva , un intero sistema di riferimento.
Così mi avvince e mi avvinghia questa esposizione. Particolarmente incisiva anche per la sua collocazione scenica. La nuda bellezza del Battistero accoglie e compenetra quell’altra nuda bellezza delle statue africane. La ieraticità spoglia di tutto, tranne che dell’essenziale si fonde in un tessuto di comune accoglienza.
Massimo Olivetti
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