
Alberto Granado a Crescentino (Vercelli) nel settembre del 2007
EL VIAJE NO FUE UNA AVENTURA
Desde que yo tenía por lo menos catorce años, mucho antes de conocer al Che, al futuro Che, comencé a planificar el viaje como una forma ideal de mi vida. Si no hubiera hecho el viaje, aunque fuera presidente de la república, aunque fuera premio Nobel de bioquímica, no me hubiera sentido feliz. A tal punto lo tenía decidido que ya tenía una estrategia que era: si a mí una cosa me interesaba, era entonces antes del viaje y, si no me interesaba, era después de que volviera del viaje. Siempre tenía una respuesta. La idea del viaje la adornaba. Si yo me encontraba con un tipo al que le gustaba la cacería, empezaba a hablar del viaje, y le decía “¿sabes lo que es ir a Uganda y ver catorce tipos de cocodrilos, ir a África?”, y me decían “qué bueno, yo voy contigo”. Si era una muchacha, tocaba la guitarra, cantaba tango y pasaba la gorra, “ah, cómo no, yo voy contigo”, todo el mundo iba conmigo. Y Ernesto por su lado, también a él le gustaba mucho viajar, era más movido que yo, hizo un viaje en bicicleta, así que tenía su experiencia, pero yo tenía mi propia experiencia: el viaje había que hacerlo acompañado, no se podía hacer solo. Lo curioso es que el Che en el año 1949 hizo un viaje como enfermero en la marina mercante argentina desde el Sur hasta el Norte, más allá de Belén, y de ahí hasta la Patagonia. Luego, estando yo en Buenos Aires, en mis labores de estudio de la lepra y en busca de una vacuna contra esa enfermedad, era mi idea entonces… , me encuentro con Fúser y me dice “¡ah! petiso, qué razón tenías, no encontré a nadie que me acompañara en el viaje, nada más que las tortugas. Tenías razón: un compañero siempre hace falta”.
Estuve muchos años preparando el viaje. La teoría hizo que la moto estuviera tan recargada de cosas: desde un frac para dar una conferencia hasta una pelota de fútbol para hacer un partido. En la salida estuvimos a punto de chocar contra un tranvía, por el exceso de peso la moto se levantaba de adelante y no tenía dirección. Nosotros aspirábamos a llevar más que una moto, un trailer, una casa rodante. Pero después la vida nos demostró que había tantas cosas que no eran necesarias. Llevábamos tienda de campaña, unos catres, las mantas, los libros, cuadernos, el repuesto, medicamentos, una pequeña parrilla para hacer asado en el camino. Todo lo que se nos iba ocurriendo lo poníamos. Pensábamos que íbamos a comer en las carreteras, y al final fueron los vecinos quienes nos ayudaron.
Todo empezó como una aventura. Queríamos conocer el mundo, pero nos impactó la miseria, cómo la gente pobre, la gente humilde, se relacionaba con nosotros, nos atendía, eso nos impresionaba. Por ejemplo, nos encontrábamos en algún lugar con unos médicos, hablábamos de medicina, de lepra, sabíamos del tema, pero por el aspecto que teníamos, cuando salíamos de ese lugar ya no nos volvían a recibir.
La Habana, septiembre 2009
Sono i ricordi che Alberto Granado, il miglior amico di giovinezza di Ernesto Che Guevara, ha inviato da L’Avana agli organizzatori del Festival Internazionale di Letteratura di Chivasso I luoghi delle parole , al quale è stato invitato lo scorso ottobre per parlare del viaggio che insieme affrontarono attraverso il Sud America in sella alla leggendaria Poderosa, una Norton 500 che, sì, li abbandonò ben presto ma divenne il simbolo del loro straordinario percorso di libertà e consapevolezza.
Il film I diari della motocicletta di Walter Salles , ben racconta, con grande intensità e senza alcuna retorica, la vicenda di questi due ragazzi che, partiti dall’ Argentina, arrivarono fino al cuore dell’ Amazzonia peruviana per stare con gli ultimi degli uomini, i malati del lebbrosario di San Pablo.
In questo senso il viaggio, come dice Granado, non fu certo un’avventura. Fu anzi l’incontro con la povertà, lo sfruttamento, l’ingiustizia e fu la presa di coscienza che occorreva lottare per la dignità umana e per un mondo più giusto e solidale, il mondo del “Hombre nuevo”.
Granado ama ritornare in Piemonte, una terra immaginata attraverso i racconti degli emigranti conosciuti in Argentina a Cordoba, la sua città natale: gente di collina e di pianura che aveva attraversato l’oceano in cerca di fortuna. Gente che , nel dialetto che ancora ricorda e comprende, gli parlava della bagna cauda, della panissa e del vino di queste parti, scuro come il sangue ma buono come il nettare degli dei.
Durante i giorni del Festival Internazionale di Letteratura organizzato dalla Fondazione 900 di Chivasso, Granado, piccolo grande uomo, semplice e profondo ha raccontato ad un pubblico di ogni età non solo il viaggio della sua giovinezza ma quello della sua vita, da una prospettiva di successo come direttore di una clinica in Veneziela al suo impegno a Cuba dove si trasferì in seguito alla rivoluzione, su invito di Ernesto, ormai diventato per tutti “el Che”. Da Santiago, dove nel 61 ha fondato la Scuola di Medicina, a L’Avana dove tuttora vive, si è dedicato per anni alla ricerca in campo biochimico fino a quando, ritiratosi in pensione, ha deciso d’ intraprendere un nuovo viaggio che lo ha portato ormai in molti paesi, per parlare di Ernesto. Carismatico ed instancabile, racconta ogni volta di un Che lontano dalla mitologia, “un ragazzo come voi – è solito dire ai tanti giovani cha accorrono per ascoltarlo ed abbracciarlo -convinto dei propri ideali, deciso a lottare per un mondo migliore”.
Qui di seguito la traduzione italiana del testo spagnolo . Si tratta di un pezzo discorsivo, non certo cesellato, in perfetta linea con i racconti che Alberto Granado è solito fare, davanti a un “trajito de ron” nella fantastica cucina della sua casa di L’ Havana, crocevia quotidiano d’incontri, discussioni, scambi d’esperienze e di progetti, ineguagliabile ventana aperta sul mondo. Così, volutamente informale e fluido, è rimasto anche nella versione pubblicata sul settimanale de LA STAMPA , Torino Sette, il 23 0ttobre 2009.
Maria Giulia Alemanno
IL VIAGGIO NON FU UN’AVVENTURA.
Da quando avevo circa quattordici anni, molto prima di conoscere il Che, il futuro Che, iniziai a pianificare il viaggio come forma ideale della mia vita. Se non avessi realizzato il viaggio, non sarei stato felice, neppure se fossi diventato presidente della Repubblica o mi avessero assegnato il Premio Nobel in biochimica. Ero così deciso a compierlo che avevo già una strategia : se una cosa mi interessava, era prima del viaggio, se una cosa non mi interessava, era al ritorno dal viaggio. Avevo sempre una risposta. Ero solito magnificare l’idea del viaggio . Se incontravo un tizio a cui piaceva la caccia, iniziavo a parlare del viaggio, e gli dicevo: “Sai cosa significa andare in Uganda, vedere quattordici specie di coccodrilli, andare in Africa?”, e quello mi rispondeva “Fantastico, vengo con te”.
Se si trattava di una ragazza, suonavo la chitarra, le cantavo un tango, e facevo la questua. “Ah, come no, vengo con te” diceva. Tutti volevano venire con me.
Ed Ernesto da parte sua, anche lui amava viaggiare, e lo aveva fatto più di me visto che avev a già realizzato un un viaggio in bicicletta, quindi aveva la sua esperienza, ma io avevo la mia: il viaggio doveva essere fatto in compagnia, mai da soli. La cosa curiosa è che nel 1949 il Che aveva fatto un viaggio come infermiere nella marina mercantile argentina da Sud a Nord, oltre Belén, e da li alla Patagonia. Finchè un giorno – io stavo a Buenos Aires immerso nelle mie ricerche sullo studio della lebbra, intento a scoprire un vaccino contro questa malattia – era la mia idea allora… incontrai Fúser e mi disse “Ah! petiso, piccoletto, hai ragione, non ho trovato nessuno che volesse accompagnarmi in quel viaggio, nessuno se non le tartarughe. Avevi ragione: c’è sempre bisogno di un compagno”.
Ho impiegato molti anni a preparare il viaggio. La teoria volle che la moto fosse molto carica: da un frac da indossare per una conferenza ad una palla da football per farci una partita. Alla partenza stavamo per scontrarci con un tram. La moto si alzava davanti per il peso eccessivo e non teneva la strada. Più che una moto avremmo voluto avere un rimorchio, un camper ma in seguito la vita ci dimostrò che tante cose non erano necessarie.
Portammo una tenda da campeggio, brande, coperte, libri, quaderni, le scorte, le medicine, una piccola griglia per farci un vero asado lungo il viaggio . Caricammo tutto ciò che credevamo ci occorresse. Pensavamo che avremmo mangiato per strada, invece alla fine fu la gente ad aiutarci, altrimenti.
Tutto iniziò come un’avventura. Volevamo conoscere il mondo, invece ci scontrammo con la miseria, e vedemmo come i poveri, gli umili si rapportavano con noi, ci accoglievano e questo ogni volta ci impressionava. Ad esempio, da qualche parte incontravamo dei medici, parlavamo di medicina, di lebbra, conoscevamo l’argomento, però sapevamo che, per il nostro aspetto, una volta andati via non ci avrebbero più ricevuti.
L’ Avana, settembre 2009