GIANCARLO PEREMPRUNER. MUSICA DIPINTA

GIANCARLO PEREMPRUNER. MUSICA DIPINTA

 

Giancarlo capitò sulla mia strada, o io sulla sua, una notte di fine novembre del 1973. A presentarmelo, insieme a tutti i Cantambanchi, fu Laura Ennas, splendida voce femminile del gruppo, che avevo da poco conosciuto in una scuola serale di grafica pubblicitaria. Dall’aula di un palazzo barocco di via Santa Chiara dove per ore avevamo disegnato in un silenzio ovattato, ci trasferimmo in Piazza Carlina in un altro palazzo che trasudava storia, la casa di Gramsci diventata sede dell’Arci.

La sala prove, alquanto di fortuna, era un locale debordante di libri e riviste, comprese le molte che arrivavano dalla Cina stampate su carta color paglierino, con una marcata componente azzurrrognola che rendeva spettrali i volti dei contadini ripresi nei campi di riso. Trovai subito surreale il contrasto tra gli occhi socchiusi che ci fissavano impenetrabili da molto lontano e quelli di Giancarlo, grandi e tondi come mappamondi roteanti. Perempruner sembrava voler esplorare ogni angolo della stanza e della terra, accentuando la propria ansia di comunicazione con ampi gesti delle braccia che stridevano con la solenne compostezza dei cinesi e con la pacatezza degli altri Cantambanchi riuniti intorno al tavolo, Contardo serafico, Scagliola imperscrutabile, Laura tutta presa a ripassare un testo. E ancor più bizzarro mi parve vederlo ad un tratto gonfiare il petto e intonare solenne, per un pubblico di azzurri cinesi di carta, una ballata che narrava di un maldestro bombarolo altoatesino. Il ritratto di Franz Müller, tracciato con un bisturi di erre taglienti, come forse si dovrebbe pronunciare anche “Perempruner”, e di certo improponibili in tutto il territorio asiatico, si delineò subito nitidamente sullo sfondo di alte vette e verdi pascoli. Giancarlo, amalgamando seriosità ed ironia, cantava le assurde gesta di un attentatore pasticcione e pusillanime, unto e bisunto di salsicce e crauti, in fuga dalla sua stessa ombra nei boschi del Sud Tirolo, e lo faceva così bene che anche gl’imperturbabili contadini cinesi mi parvero per un attimo sciogliersi in un circospetto sorriso. Io, più incline delle mondine dell’Hunan ad esternare emozioni, gli manifestai tutto il mio entusiasmo e a notte fonda, quando mi accompagnò a casa, stabilii tacitamente con lui un sodalizio pittorico musicale. D’allora Giancarlo fu per me musica dipinta.

Alcuni anni dopo, quanti non ricordo, i Cantambanchi mi chiesero di pensare al loro manifesto. Dissi che lo immaginavo come un vecchio cartellone dei cantastorie, e in ogni riquadro una canzone, non importa se loro o recuperarata dal grande patrimonio di musica popolare che continuavano a proporre in giro per i teatri e per le piazze. Se l’idea era ancora vaga, non lo erano invece nè il supporto nè la tecnica: lo avrei dipinto ad olio su tavola. Sentivo che avrebbe dovuto essere un lavoro materico e forte come le emozioni che i Cantambanchi riuscivano a trasmettere, e per simbiosi l’avrei realizzato su legno povero, come quello dei palchi su cui erano soliti esibirsi . Giancarlo non fece certo fatica a trovarmelo e un pomeriggio me lo portò, insieme ad un inatteso assortimento dei miei colori a olio preferiti, i Victoria oggi purtroppo introvabili, densi , luminosi e puri. Mi raccontò in seguito la vecchia signora Marzano che nel suo negozietto di via San Massimo era entrato un giorno “ un signore tanto gentile che cercava dei colori per lei. E io, sa’, gli ho detto che le piaceva il bitume, e il blu ceruleo e la lacca di garanza rosa che le serviva per velare le guance delle bambine.” Grazie a Perempruner una di queste, infreddolita, avvolta in una sciarpa di lana, continua a guardare verso di noi dal primo riquadro del manifesto, dove ballano l’orso e la marmotta davanti ai “portic d’Cuni”.

E venne la gloriosa stagione degli strumenti musicali. Giancarlo sembrava nuotare in un fiume di creatività in piena , ogni giorno ne inventava uno, e se non era uno strumento era un giocattolo, e se non era un giocattolo era una canzone, e se non era una canzone era un racconto, oppure li sfornava in contemporanea come succede a chi avverte impellente la necessità di sfidare il tempo che percepisce in fuga.

Quando mi chiamò avevo già dipinto per lui il “Grattagatto” con gli occhi spiritati dell’inquietante Stregatto di Alice e la “Zuccanna” adorna di fiori di campo e anche il “Putipù” delle Meraviglie, su cui navigava una barchetta di carta, i bambini guardavano incantati le zucche illuminate, le trottole giravano senza posa e le uova fritte non cadevano mai dal piatto, nemmeno se molto inclinato.

“Adesso dovresti occuparti del “Tabasso” mi disse serissimo e io, che in quel momento praticamente vivevo nello studio di Tabusso, pensai volesse prendermi in giro. Mi spiegò invece che si trattava di un compromesso tra un tamburo e un contrabbasso capace di produrre una musica alquanto primitiva ma di una certa gradevolezza. Non era ancora uno strumento da grande orchestra ma con qualche ritocco avrebbe potuto diventarlo. Io avrei dovuto decorarne la cassa, quel tanto che bastava per renderlo più teatrale.

Mi misi all’opera, lasciando che fosse il percorso circolare a suggerirmi la storia. E non so perché mi ritrovai a definire , con larghe pennellate, un contadino che, in equilibrio su un maiale, tentava di rubare le uova dal cestino che una donna reggeva sulla testa , e poi una mucca paciosa che sbirciava da dietro un albero una ragazza dai capelli corvini, tutti incuranti di quanto, e non era roba del tutto normale, avveniva in secondo piano: un carabiniere in alta uniforme , forse uno di quelli che acciuffarono Pinocchio, rincorreva all’infinito un angelo biondo scarmigliato e discinto in un prato di fiori.

Giancarlo ne fu soddisfatto, forse perché la mia filastrocca pittorica si snodava lungo percorsi mentali sufficientemente illogici da aprirgli il varco a nuove fantasie. Ciò che conta è che il Tabasso lo accompagnò d’allora in molte avventure e sul palco fece sempre una gran bella figura, suscitando una curiosità che Perempruner non cessò mai di alimentare, conferendogli via via un’aura di leggenda degna di un prezioso Stradivari. Ed il suono sembrava a tutti bello e pulito, tanto da piacere anche agli angeli, appunto.

Maria Giulia Alemanno

Ho scritto questo ricordo di Giancarlo Perempruner il giorno dei Santi del 2009. Se esiste un paradiso, immmagino che per l’occasione abbia organizzato, da buon cantambanco, uno dei suoi memorabili spettacoli pagani, radunando lassù tutti gli amici che lo hanno preceduto e seguito. Una grande festa alla sua maniera con le nuvole occupate di bancarelle debordanti di giocattoli poveri come in una fiera altoatesina , rigorosamente costruiti da lui che ora di tempo ne ha da vendere. E poi un concerto in piena regola con una miriade di strumenti nuovi, non solo ornitofoni e zuccanne ma chissà quale altra diavoleria – oh no, in cielo no! – realizzata con tutto quanto riesce a raccattare da quelle parti.
E il divin tabasso , come sarà mai? E dipinto da chi? Ci avrà pensato la mia amica e sorella Patrizia Deambrogio, artista poetica e visionaria che un giorno ha deciso di salire i gradini di una sua scaletta disegnata con tratti leggeri, per raggiungere una piccola casa progettata in cielo. Il Tabasso di Patrizia, la mia cara Pita, avrà certo colori più morbidi dei miei e più sfumati e personaggi più rotondi. L’angelo ansimerà nel correre e tutti gli altri saranno gambe all’aria, compresi la mucca e il maiale. Un mondo alla rovescia, con le nuvole al posto della terra, come se il paradiso fosse qui da noi. E già …..

Le mie parole per Giancarlo sono state pubblicate, insieme a quelle di molti altri che l’hanno conosciuto, apprezzato e amato, in un delizioso volumetto:

GIANCARLO PEREMPRUNER . Giocare cantare raccontare

terzo quaderno de “LA BUONA LUNA”, a cura di Enrico Sanna, amico fraterno fin dai tempi del Liceo nella sua Cuneo.

4 comments

  1. Io, però, mi ricordavo che avessi prima dipinto gli strumenti e poi il manifesto. Ne sono stata convinta fino a questo momento …

  2. Sai Ross, in questo lungo periodo burrascoso, ho perso il controllo del mio sito e non ho visto i tuoi commenti. Se ancora proviamo emozione e commozione significa che c’è speranza. Ora e sempre Cantambanchi!

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