Maria Giulia Alemanno e Yemaya Awoyó
“Al principio, qui sotto vi erano solo fuoco e rocce ardenti. Allora Olofi, l’Onnipotente, volle che il mondo esistesse e convertì il vapore delle fiamme in nubi. Dalle nubi scese l’acqua che spense il fuoco. Nei crateri enormi tra le rocce si formò Olokun, l’Oceano, che è terribile e che tutti temono. Ma il mare è anche buono, perché è la fonte della vita, e l’acqua scavò delle vene nella terra affinché la vita si propagasse. Questa è Yemayá, la Madre delle acque. Per questo si dice anche che prima che esistessero tutte le cose, Yemayá era tutta tesa e all’improvviso disse: Ibì bayàn odu mi, mi fa male
il ventre; e da lei uscirono i fiumi, gli orichas e tutto ciò che respira e vive sulla terra.”
(Patakí di Yemayá, in Los Orichas en Cuba,
di Natalia Bolivar Arostegui, pag. 91).
Dimostrando come la santeria nel suo aspetto artistico sia in grado di travalicare molti confini, rinnovandosi continuamente anche con l’apporto di pittori stranieri, Maria Giulia Alemanno si è accostata a questo universo in maniera casuale ed è stata adottata dalla cultura cubana. Non necessariamente si deve nascere a Cuba o risiedere sull’isola per pensare e sentire come un cubano e l’atmosfera caraibica, la sua allegria e accoglienza, avvolge anche quest’artista piemontese. Descrive la sua storia come “un’esperienza magica”, che l’ha portata a diffondere la mitologia santera in Europa ed essere considerata dai cubani loro ambasciatrice:
“L’inclinazione verso la religione yoruba nasce perché credo che vi sia un destino, un cammino da seguire. Non sono fanatica ma sono convita che qualcosa esista. Per esempio, quando ho deciso di visitare Cuba per la prima volta, mi trovavo in realtà in Canada e prima di partire avevo parlato con un amico italiano che mi aveva raccontato di Cuba e in particolare di una santera di cui era amico. Essendo già in Canada sentì il desiderio immenso di andare a conoscere quella donna. A quei tempi non sapevo niente di sincretismo o di cultura africana. Conversai molto con la donna. Mi colpirono subito il radicamento di questa religione a Cuba e soprattutto i colori con cui erano vestiti gli dei neri, i loro collares e gli attributi. Ritornata in Italia decisi di dipingere un ritratto di questa santera, Dominga. Da quel momento incominciai a interessarmi all’argomento e mi dedicai a studiare questa religione attraverso dei testi editi a Cuba.” (Intervista con Maria Giulia Alemanno, Crescentino, 2008).
Ritratto della santera Dominga
olio su tavola
cm 100 x 100
2004
I suoi quadri che, come ci tiene lei stessa a sottolineare, non hanno alcuna valenza di fanatismo religioso, sono ispirati al suo amore per l’isola che l’ha conquistata.
“Ciò che volevo era riflettere questo mistero che porto dentro e del quale ancora non trovo una spiegazione. So che quando si visita un paese straniero prevale l’interesse turistico, conoscere le bellezze naturali. A me, invece, ha interessato qualcosa che di solito non interessa gli altri o comunque a pochi; l’intimità di una religione, la vera anima di coloro che abitano questa terra).
La sua è stata un’operazione di narrazione popolare e di trasversalità per poter entrare in contatto con la gente e portare un messaggio di dialogo e di condivisione.
“Ho incontrato grande disponibilità e commozione parlando con la gente; tutti erano curiosi e interessati al percorso di una straniera che prova a narrare, con mano e spirito europei, il mistero della loro terra. Tutto questo è lontano anni luce dall’immagine dell’isola da cartolina, non è né Varadero, né Cayo Largo, né la grassa santera metalizada vestita di bianco che vende sogni ai turisti sulla piazza della Cattedrale.”
Realizza così i suoi primi lavori sulla santeria occupandosi dell’immagine del festival “Teatri di Confine”, evento organizzato dal Faber Teater di Chivasso, edizione 2003. Dipinge venticinque acquarelli in cui rappresenta non solo una seria di orichas, ispirandosi al libro Los Orichas en Cuba, di Natalia Bolivar Arostegui, ma conduce anche una ricerca del femminile in questa religione. Vengono stampate più di venticinquemila cartoline in tutto il Piemonte aventi come soggetti le sue opere. Nel gennaio 2004, in occasione dell’Ottavo Convegno Scientifico di Antropologia Sociale e Culturale in ricordo di Fernando Ortiz, organizzato dal Museo Casa de África, per celebrare il quindicesimo anno della sua fondazione, espone una personale nel Convento di San Francisco dell’Habana, grazie alla collaborazione del Professor Carlo Nobili, antropologo americanista del Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Roma. La mostra verrà poi accolta anche presso il Museo Casa de África, l’Asociación Cultural Yoruba e il Taller del Papel Artisanal.
Elegguá
tecnica mista su carta
cm 40 x 30
2013
Yemayá
tecnica mista su carta
cm 40 x 30
2013

Obatalá
tecnica mista su carta
cm 40 x 30
2013

Los Ibeyis
tecnica mista su carta
cm 40 x 30
2013

Chango
tecnica mista su carta
cm 40 x 30
2013
Il secondo progetto che l’artista sviluppa sul tema della santeria e che prende forma in un’esposizione dal titolo, Mis Orichas, organizzata nel 2005 dal Museo Casa de Africa e dall’Oficina del Historiador de la Ciudad, grazie anche all’interessamento di Alberto Granado, ha origine da un incontro particolare della pittrice:
“Tra i visitatori della mia esposizione al Taller Experimental de Papel Artesanal incontrai una donna di nome Elena, una signora anziana che lavora alla Tienda del Tabaco. La donna osservò le mie opere senza dire una parola e poi se ne andò. Il giorno dopo ritornò, mi abbracciò forte e mi disse che aveva visto i miei orichas in sogno, che mi conferivano aché e che li aveva visti dipinti non piccoli come apparivano nelle cartoline ma come esseri umani che si muovevano tra di noi. Questo mi impressionò molto. Così, quando tornai in Italia comincia a dipingere gli orichas nella grandezza naturale che aveva visto quella piccola donna riservata e sensibile che mi ispirò.”
Gli orichas di Maria Giulia Alemanno, infatti, sono opere grandi, non sono racchiusi né in telai né in cornici ma sono liberi, dipinti in acrilico e tempera su una tela di sacco grezza.
“Io non riesco a concepire un’opera di santeria su un supporto elegante, è in contraddizione, hai bisogno di lavorare sull’istinto, questa è una pittura d’istinto. Se ti metti a costruire a tavolino una pittura di santeria… direi che è più viscerale che concettuale, una pittura che parte più dalla pancia che dalla testa. Poi la testa ci vuole per inserire degli elementi che necessariamente possono servire, perché lì è una strada dalla quale non puoi sgarrare, non so come dire, se tu fai qualcosa su Elegguá devi farlo bene, Elegguá è Elegguá, ha le sue caratteristiche, anche psicologiche.”
La tela di sacco grezza e rustica rimanda a quella usata dai contadini ed è così che nascono i suoi primi orichas: divinità umili, quasi umane, che possiedono vizi e virtù ma sono anche gli antenati custodi di radici lontane che continuano a vivere a Cuba tra la loro gente “per questo i miei orichas hanno il viso e i tratti di uomini e donne che incontro nella mia cara isola ogni volta che vi faccio ritorno.” (Estrella Diaz, Los colores pueden ser palabra, Habana Radio, 11/01/2007).
Finora sono stati realizzati dodici quadri: Elegguá, Oggún, Ochosi, Changó, Oyá Yansá, Yewá, Babalú Ayé, Ochun, Yemayá, Ochumare, Obatalá y Orula, ma l’artista ha in mente di dipingere un grande pantheon.

Eleggua
acrilico su tela di sacco
cm 180 x 115
2004

Yemaya
acrilico su tela di sacco
cm 180 x 115
2004

Ochun
acrilico su tela di sacco
cm 180 x 115
2004

Obatala
acrilico su tela di sacco
cm 180 x 115
2004

Orula
acrilico su tela di sacco
cm 180 x 115
2004
Nel 2007, invece, espone presso la Casa Museo de la Obrapia, l’Habana, la mostra intitolata “Yemayá y sus siete caminos”, in omaggio alla scrittrice Natalia Bolivar Arostegui:
“Il libro Los Orichas en Cuba mi è stato di grande ispirazione; ho sentito che a Natalia io dovevo qualche cosa, nel senso che se io non avessi letto il suo libro non avrei mai fatto niente.”
Tra l’altro, tra tutti gli orichas, Yemayá è quella a cui Maria Giulia Alemanno si sente più vicina, la signora del mare e del blu, una divinità forte e amorevole allo stesso tempo, che travalica i confini:
“Di Yemayá mi piace il sentimento materno, il suo essere comprensiva. Amo molto quest’oricha, è quella in cui mi riconosco di più. Perché sento che è veramente l’immagine del femminile, poi il femminile che piace a me. Anche Ochun mi affascina, benché frivola. Yemayá è certamente più affidabile e amica, disposta a proteggere, senza distinzione, giovani e anziani. La vera vita non è esteriore e Yemayá è spirituale, saggia. La sua testa e il suo ventre possono contenere tutto l’amore e il dolore del mondo. Perché Yemayá è la grande madre e quindi l’archetipo in assoluto, è come il contenitore dell’universo, lei continuamente incinta del mondo. Io la trovo una divinità straordinaria, è un archetipo che può incidere sull’inconscio di un afro-cubano ma anche di un italiano a mio avviso.”
Yemayá Awoyó
acrilico su tela
cm 250 x 185
2006
Yemayá Akuara
acrilico su tela
cm.250 x 185
2006
I lavori di Maria Giulia Alemanno vivono di una forte teatralità, trasmettono una sensazione di ricomposizione scenica “perché, come negli antichi misteri dionisiaci ed eleusini, le maschere dell’azione teatrale non sono altro che i trasfigurati dal Dio, gli invasi dallo spirito, coloro che sono colti dall’estasi del soprannaturale.” (Massimo Olivetti, Presentazione alla mostra “Santeria” e testo del cofanetto di 25 cartoline pubblicate dal Faber Teater per l’Edizione 2003 di Teatri di Confine). Anzi, durante le sue mostre lo spazio artistico diventa uno spazio rituale e la performance artistica dà vita a una rituale: si formano lunghe file di persone che si vogliono far fotografare di fronte ai loro santi, scavalcando quello che è il rapporto tra l’osservatore del quadro e il quadro stesso, stabilendo un contatto con la tela che è assolutamente impensabile in altro contesto al di fuori di Cuba.
Si nota una partecipazione profonda a queste opere e in occasione dell’ultima esposizione delle sue “Yemayá y sus sietes caminos” Maria Giulia Alemanno ha voluto creare anche un allestimento d’effetto, posizionando sotto i quadri dei piccoli altari blu con candele bianche (i colori della dea):
“Abbiamo fatto l’inaugurazione […], poi nei giorni seguenti passavo di lì e mi dicevo che strano, le candele le vedo più basse e ho scoperto dopo che c’era gente che andava ad accenderle di fronte alla propria Yemayá e si faceva fotografare con la propria santa protettrice a grandezza naturale. In quell’occasione sono venuti anche dei narratori orali, che hanno recitato dei patakines sulla dea, per cui non è stata solo una mostra, era qualcosa di più profondo, che secondo me ha una valenza sociologica importante.”
Un altro esempio di interazione tra i quadri di Maria Giulia Alemanno e le persone, si deve a un progetto sociale sviluppato dall’Oficina del Historiador de la Ciudad de La Habana che prevede, oltre alla ristrutturazione e al recupero dal punto di vista architettonico di antiche case convertite in musei nella zona dell’Habana Vieja, un lavoro con bambini, adolescenti ed anziani. In particolare, il programma aula museo, riserva degli spazi per l’insegnamento a delle classi delle elementari, che, a rotazione, usufruiscono di questi edifici come loro scuola. In questo modo, i bambini apprendono fin dalla più tenera età a valorizzare, amare e proteggere il loro patrimonio artistico-culturale.
“Organizzare e portare le mostre dove ci sono le classi e non viceversa. Penso che sia una bella iniziativa, così che i bambini vengano a contatto con l’arte, respirino cultura e rispettino gli spazi pubblici.”
Piccola classe in Obrapia
Oggi giorno il discorso sulla transculturalità ha assunto un ruolo fondamentale nelle nostre società, “perché non pensare allora ad un’arte transculturale, a una narrazione pittorica che ci unisca? Come scriveva C.F. Ramuz a Igor Stravinsky: oltre i due paesi, oltre noi stessi, forse esiste il Paese – perduto e poi rinnovato, di nuovo perduto e ancora rinnovato in un istante – dove siamo figli di uno stesso Padre e di una stessa Madre, dove si può percepire, anche se solo per un momento, la grande parentela che unisce gli uomini… Non è questo il fine delle parole che si scrivono, dei quadri che si dipingono, delle statue che si scolpiscono nella pietra o si fondono nel bronzo? È vero che Cuba e in particolare la religione afrocubana sono diventate il tema ricorrente del mio ambito pittorico, ma non ho abbandonato le mie tematiche precedenti. Credo nella forza di una pittura narrativa, dove le acque dei miei campi di riso si mescolano con l’oceano, dove le abitazioni dei miei contadini si trasformano nel fuoco di Changó e Yemayá nuota nel nostro mare. Mi piace pensare che attraverso la pittura si possano narrare delle storie così come con le parole.” (Maria Giulia Alemanno, palabLos colores pueden ser palabras, di Estrella Diaz, Habana Radio. Emisora de la Oficina del Historiador de la Ciudad de La Habana, 2007).
Nelle opere di Maria Giulia Alemanno troviamo un profondo sincretismo, gli elementi su cui lei lavorava già prima di avvicinarsi al mondo della santeria, il fuoco, l’acqua, li ha ritrovati nei patakines. Nata a Torino ma cresciuta a Crescentino, tra le risaie del vercellese, a proposito del suo credo, dice di essere cattolica e per quanto riguarda la religione afrocubana, ci tiene a precisare di non essere né fanatica né praticante, ma ammette di crederci un po’ perché pensa che Yemayá possa rappresentare davvero la grande madre:
“Quando sono in Italia e nuoto nel nostro mare penso che sia una madre che mi vuole bene e mi protegge. A Cuba mi è piaciuto molto scoprire delle divinità che appartengono alla natura e in questo sì, credo. Credo nella natura, nella sua grande forza positiva e negativa e nel fuoco, come energia.”
Così, per esempio, possiamo trovare tra i suoi quadri una Yemayá bianca, esposta in una mostra che ha realizzato sul tema del femminile e di cui la sirena polena, forse oricha, è il simbolo: una libertà che ha attraversato l’oceano ed è giunta a incontrare e stabilire un legame con le immagini di donne delle colline e delle risaie.
Ancora oggi Maria Giulia Alemanno si stupisce ma è sicuramente molto felice del fatto che, come pittrice italiana, sia stata adottata dalla cultura cubana, quasi come un’ambasciatrice, per portare le tradizioni caraibiche oltre i confini dell’isola, mostrare l’universo magico della santeria e lavorare per rinsaldare i legami tra due mondi, quello italiano e quello cubano.
“Per gli italiani la santeria continua a essere una religione avvolta nel mistero. Se non la si studia, è indubbiamente di difficile comprensione. Ho tuttavia notato un notevole interesse e anche se ne sanno molto poco, le persone tendono a identificarsi con gli orichas attraverso la suggestione dei colori”.





