LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI

ovvero le mirabolanti avventure per terra e per mare
di cinque artisti e una povera rana

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 1 in LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI di Maria Giulia Alemanno
La Fata dei numeri di Giacomo Soffiantino

C’era una volta nel Paese-Che-Non-C’è, un gruppo di pittori mattacchioni. Le loro marachelle erano proverbiali. Ancor oggi i vecchi giurano di averli visti mentre tiravano palle di neve in Piazza Castello, un pomeriggio in cui i mandorli erano fioriti e la gente normale andava a Superga per violette.
Si raccontano molte altre stramberie sul loro conto, come il giro del mondo in gommone che decisero un giorno di tentare, spinti da insana passione per l’acqua. Erano tutti eccitatissimi dal progetto, tranne Giacomo Soffiantino, il saggio, che pensò di consultare una fata che conosceva bene, non foss’altro perché l’aveva disegnata lui. Non le aveva insegnato a parlare ma in compenso le aveva messo indosso un abitino magico in grado di rispondere a qualsiasi domanda. Così quando le chiese: “Cosa ne pensi della loro idea?”, la stoffa si colorò d’autunno e pian piano comparve un groviglio di cifre giganti. “ Ho capito – disse Giacomo – Stanno dando i numeri. Cercherò di fermarli per tempo.”

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 2 in LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI di Maria Giulia Alemanno

Le divise del soldatino di Corrado Porchietti

Non aveva fatto i conti, ahimé, con il più giovane del gruppo, un certo Corrado Porchietti. Da qualche tempo costui si aggirava nella casa dove vivevano tutti insieme  agghindato in una buffa uniforme da soldatino di piombo, sventolava una bandiera di carta, sguainava una spada di midollo e rideva a crepapelle, specie nei momenti  in cui non gli si dava retta. Per questo motivo Giacomo non ci fece troppo caso la sera che lo vide entrare nella stanza dove lui e la fata stavano parlottando, a modo loro. Notò soltanto che, dopo il suo “ Cercherò di fermarli per tempo”, Corrado si era fatto serio per la prima volta in vita sua, aveva brontolato: “Questa me la lego al dito!” e si era  precipitato, rischiando di fracassarsi, giù per le scale ripidissime della loro casetta.

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 3 in LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI di Maria Giulia Alemanno
La casetta di Mauro Chessa e la fune di Romano Campagnoli

L’aveva progettata Mauro Chessa in una notte di follia e, soltanto dopo che tutti l’ebbero costruita con amore, si accorsero che le stanze erano così alte e strette che l’unico modo per poter starci dentro era quello di mettersi
uno
in
spalla
all’altro
per mangiare,
dormire
e  fare tutte le altre cose belle consentite nelle favole.

Il soldatino Porchietti, dunque, corse ad avvertire gli amici del “Piano Soffiantino”. Tentarono di scappare dalla porta d’ingresso ma si accorsero che era stata sbarrata dall’esterno.
Ci fu un attimo d’agitazione e di smarrimento in cui solo Francesco Tabusso finse una grossa calma e annunciò con voce da presentatore: “Eseguirò per voi quattro antiche danze ungheresi”. Nessuno apprezzò la pensata. Poi Romano Campagnoli si alzò con fare da patriarca, appoggiò una mano sul fianco, con l’altra si sfregò la barba, infine disegnò una corda robustissima con nodi da marinaio.
“Ci caleremo dalla finestra con questa”,  sentenziò con pacata autorità, mentre si aggiustava  il berretto che gli aveva regalato Corto Maltese.

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 4 MARIA GIULIA ALEMANNO

Il cavallo a dondolo di Mauro Chessa, il carro di Giacomo Soffiantino, la tartaruga di Francesco Tabusso

Così iniziò l’avventura.
Quando giunsero nel giardino era l’alba e una luce rosata giocava sulle colline di Pavarolo. Cercarono di non fare rumore. Tabusso fu incaricato di aprire il cancello ma prima di arrivarci, – era  a circa due metri da lui – riuscì a raccogliere un sasso, un soffione, un grattaculo e una famiola. Tolse il catenaccio con lentezza e finalmente furono in grado di mettersi in viaggio.

In lontananza immaginavano il mare.
Mauro Chessa si avviò per primo sul suo cavallo a dondolo. Tutti gli altri  lo seguirono su un carro di legno trainato da una grassa tartaruga.
Tutti gli altri no.  Perché Francesco Casorati dalle lunghe gambe si era addormentato su una botte abbandonata sotto una magnolia. Quando il suo amico Tabusso se ne avvide, gridò: “ Cecchino, Cecchino, noi anduma, neh!” ma, accorgendosi che nemmeno una balena che russa sarebbe riuscita a svegliarlo,  disegnò in fretta e furia una chiocciola legata-ad-una-fune-che-poi-legò-alla-botte e Francesco Casorati proseguì il viaggio nel sogno, in maniche di camicia ma, per sua fortuna, spinto dal vento.

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 5 MARIA GIULIA ALEMANNO

La farfalla e la lumaca di Francesco Tabusso, l’uomo dalle lunghe gambe a cavallo della botte di Giacomo Soffiantino, il gabbiano e il pesce di Francesco Casorati,
l’animale fantastico di Romano Campagnoli

Gli apparvero cose bellissime: farfalle colorate da lui, pesci che fumavano come lui, gabbiani che si portavano via la sua infanzia. L’unico incubo che ebbe, un animale preistorico che lo fissava cattivo, lo legò stretto con la corda mille usi di Romano Campagnoli. Poi si svegliò. Vide colline dolci e sensuali  e una farfallina che gli si era posata sul ginocchio.
“Ma questa non è mia!” pensò.
Gliel’aveva copiata e offerta Francesco Tabusso, in un momento di sosta.

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 6 MARIA GIULIA ALEMANNO

La rana dei palloncini di Francesco Casorati, l’uccellino nel nido di Francesco Tabusso,
i cappelli
di Mauro Chessa, il soldatino di Corrado Porchietti

Il viaggio fu lungo e difficile. La tartaruga si stancò ben presto e dovettero sostituirla con una rana ambulante che avevano incontrato ad una fiera di paese mentre vendeva palloncini e, da quel giorno, non erano più riusciti a liberarsene. Avevano sofferto la fame perché la rana, che era diventata la loro tuttofare, comprava solo orrendi formaggini in scatola e una volta Tabusso diede in escandescenza e la trattò come un verme. Per fortuna Corrado Porchietti, ogni tanto, accoglieva radici che cucinava negli stessi pentolini con cui perquoteva la grancassa.
Un giorno, quando ormai credevano di non raggiungerlo più, un uccello dal nido li avvertì che il mare era poco lontano. Si abbracciarono commossi, lanciarono in aria i loro cappelli e solo allora si accorsero di aver portato con sé anche quelli di Soffiantino e della Fata.

LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI 7 MARIA GIULIA ALEMANNO

Il mare nella boccia di vetro ed il pesce rosso di Romano Campagnoli

Il mare era calmissimo e racchiuso in una boccia di vetro. Sulla spiaggia di conchiglie li aspettava il loro amato gommone. Indossarono le cerate gialle e anche Corrado Porchietti fu costretto a farlo, dopo cinque minuti di capricci. Gli concessero in cambio di portarsi appresso il pugnaletto di marzapane.
Tutto era pronto. Accesero il motore ma presto si fermò. Allora Romano Campagnoli recuperò la corda, la legò stretta alla coda di un pesce rosso e presero il largo. Sulla riva, prima di partire, avevano baciato tutti la rana con un pizzico di tristezza. Francesco Tabusso, che si era anche affezionato a lei nonostante qualche volta fosse un po’ noiosa, prese il binocolo per vederla un’ultima volta e si accorse che si era trasformata in una signorina bionda, con la gonna da zingara.
“ Ma quella è Lellina!” gridò.

“Impossibile. Non c’è posto per una donna in questa favola” risero gli altri divertiti. “Pazienza la fata di Soffiantino che dava i numeri. E poi era soltanto un’invenzione!”
E se ne andarono tutti verso il loro destino.

Questa è una favola scritta col  ♥ per i miei amici, che amo.

Maria Giulia Alemanno

Credo ci sia bisogno di qualche spiegazione per meglio entrare nello spirito di questa storia variopinta e sgangherata che, come tutte le favole, nasconde un fondo di verità.
Siamo agli inizi degli anni 80. Collaboro con Stampa Sera  con articoli ed illustrazioni e, contemporaneamente, lavoro nello studio di Francesco Tabusso, amico, maestro, artista straordinario. Grazie a lui conosco altri pittori, frequento i loro studi, appartengo,  così almeno credo, ad un mondo creativo che mi stimola ed appassiona. Scrivo, dipingo, sono piena di speranze ed energie. Finchè un giorno arrivo in redazione e vedo che hanno proposto ad alcuni artisti di realizzare dei disegni con i quali i lettori,  dovrebbero costruire racconti.
Leggo i nomi: Romano Campagnoli, Francesco Casorati, Mauro Chessa, Corrado Porchietti, Giacomo Soffiantino, Francesco Tabusso.
I miei amici appunto.
Tutti maschi. Appunto.
Inutile dire che ci rimango male. Molto male. Devo essere arrabbiata con il caporedattore che non ha pensato di  propormi di partecipare, oppure devo esserlo con i miei amici che, nemmeno lontanamente, si sono ricordati che sono parte del gruppo? Per non far torto a nessuno scelgo di prendermela con tutti. Ma lo faccio a modo mio, senza urla né scenate, chiudendomi in un dignitoso silenzio, non privo tuttavia di una certa inquietudine.
Porto a casa il giornale dove ai loro lavori è riservata un’intera pagina, mi siedo al tavolo, respiro lungo per tentare di calmarmi, prendo le forbici e comincio a ritagliare le immagini. Farfalle, corde, carri, cappelli, soldatini. Reciterò  la parte della lettrice che scrive la sua storia.
A distanza di tanti anni, ciò che rimane sono sette fogli doppi di quaderno a righe riempiti di getto, con l’urgenza di chi, incurante della forma,  vuole soltanto liberarsi  della propria amarezza. Ci sono refusi, errori, persino un finale di parola rimasto nella penna. Già. Avevo scritto a penna e non a macchina, quasi si fosse trattato di uno scampolo di diario destinato ad essere letto soltanto da me. In effetti non credo di aver  mai portato i sette fogli  in redazione, né di averli fatti  vedere ai diretti interessati. La rabbia era svanita scrivendo, sostituita dall’affetto che mi legava a loro. Ed è questo, in fondo, il  lieto fine che conta.
Non è casuale che li abbia rispolverati ora. In realtà, dopo che Francesco Tabusso lo scorso gennaio se n’è andato a dipingere nel Paradiso dei Pittori, ho tentato più volte di scrivere di lui ma nessuna parola riusciva ad esprimere il mio dolore ed il mio vuoto. Ogni frase mi sembrava retorica, lontana da noi e dalla nostra amicizia fraterna e profonda. Quand’è così, meglio tacere, elaborare il distacco in solitudine, riempire il silenzio di ricordi.
E questa storia, che dedico ora a Francesco,  per riprendere idealmente il discorso sospeso,  di ricordi è piena. Criptiche espressioni di un linguaggio in codice e, tra tutti i riferimenti, il mitico viaggio in gommone che avevamo condiviso con  Casorati e Campagnoli, da Venezia a Trieste, e che ridendo, mille volte ed in mille contesti, avevamo rievocato. Ed è proprio in gommone che se ne vanno i Pittori Mattacchioni  alla scoperta del mondo, lasciando sulla riva la piccola rana, destinata a trasformarsi in Lellina. Così mi ha sempre chiamata Tabusso. E non Maria Giulia, ma Lellina, sono sempre stata per tutti loro. Da tempo perdonata la dimenticanza, ancora e sempre , i miei fratelli maggiori, i miei preziosi amici.

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