LA FAVOLA DEI PITTORI MATTACCHIONI
ovvero le mirabolanti avventure per terra e per mare
di cinque artisti e una povera rana

La Fata dei numeri di Giacomo Soffiantino
C’era una volta nel Paese-Che-Non-C’è, un gruppo di pittori mattacchioni. Le loro marachelle erano proverbiali. Ancor oggi i vecchi giurano di averli visti mentre tiravano palle di neve in Piazza Castello, un pomeriggio in cui i mandorli erano fioriti e la gente normale andava a Superga per violette.
Si raccontano molte altre stramberie sul loro conto, come il giro del mondo in gommone che decisero un giorno di tentare, spinti da insana passione per l’acqua. Erano tutti eccitatissimi dal progetto, tranne Giacomo Soffiantino, il saggio, che pensò di consultare una fata che conosceva bene, non foss’altro perché l’aveva disegnata lui. Non le aveva insegnato a parlare ma in compenso le aveva messo indosso un abitino magico in grado di rispondere a qualsiasi domanda. Così quando le chiese: “Cosa ne pensi della loro idea?”, la stoffa si colorò d’autunno e pian piano comparve un groviglio di cifre giganti. “ Ho capito – disse Giacomo – Stanno dando i numeri. Cercherò di fermarli per tempo.”
Le divise del soldatino di Corrado Porchietti
Non aveva fatto i conti, ahimé, con il più giovane del gruppo, un certo Corrado Porchietti. Da qualche tempo costui si aggirava nella casa dove vivevano tutti insieme agghindato in una buffa uniforme da soldatino di piombo, sventolava una bandiera di carta, sguainava una spada di midollo e rideva a crepapelle, specie nei momenti in cui non gli si dava retta. Per questo motivo Giacomo non ci fece troppo caso la sera che lo vide entrare nella stanza dove lui e la fata stavano parlottando, a modo loro. Notò soltanto che, dopo il suo “ Cercherò di fermarli per tempo”, Corrado si era fatto serio per la prima volta in vita sua, aveva brontolato: “Questa me la lego al dito!” e si era precipitato, rischiando di fracassarsi, giù per le scale ripidissime della loro casetta.
La casetta di Mauro Chessa e la fune di Romano Campagnoli
L’aveva progettata Mauro Chessa in una notte di follia e, soltanto dopo che tutti l’ebbero costruita con amore, si accorsero che le stanze erano così alte e strette che l’unico modo per poter starci dentro era quello di mettersi
uno
in
spalla
all’altro per mangiare,
dormire
e fare tutte le altre cose belle consentite nelle favole.
Il soldatino Porchietti, dunque, corse ad avvertire gli amici del “Piano Soffiantino”. Tentarono di scappare dalla porta d’ingresso ma si accorsero che era stata sbarrata dall’esterno. Ci fu un attimo d’agitazione e di smarrimento in cui solo Francesco Tabusso finse una grossa calma e annunciò con voce da presentatore: “Eseguirò per voi quattro antiche danze ungheresi”. Nessuno apprezzò la pensata. Poi Romano Campagnoli si alzò con fare da patriarca, appoggiò una mano sul fianco, con l’altra si sfregò la barba, infine disegnò una corda robustissima con nodi da marinaio.
“Ci caleremo dalla finestra con questa”, sentenziò con pacata autorità, mentre si aggiustava il berretto che gli aveva regalato Corto Maltese.

Il cavallo a dondolo di Mauro Chessa, il carro di Giacomo Soffiantino, la tartaruga di Francesco Tabusso
Così iniziò l’avventura.
Quando giunsero nel giardino era l’alba e una luce rosata giocava sulle colline di Pavarolo. Cercarono di non fare rumore. Tabusso fu incaricato di aprire il cancello ma prima di arrivarci, – era a circa due metri da lui – riuscì a raccogliere un sasso, un soffione, un grattaculo e una famiola. Tolse il catenaccio con lentezza e finalmente furono in grado di mettersi in viaggio.
In lontananza immaginavano il mare.
Mauro Chessa si avviò per primo sul suo cavallo a dondolo. Tutti gli altri lo seguirono su un carro di legno trainato da una grassa tartaruga.
Tutti gli altri no. Perché Francesco Casorati dalle lunghe gambe si era addormentato su una botte abbandonata sotto una magnolia. Quando il suo amico Tabusso se ne avvide, gridò: “ Cecchino, Cecchino, noi anduma, neh!” ma, accorgendosi che nemmeno una balena che russa sarebbe riuscita a svegliarlo, disegnò in fretta e furia una chiocciola legata-ad-una-fune-che-poi-legò-alla-botte e Francesco Casorati proseguì il viaggio nel sogno, in maniche di camicia ma, per sua fortuna, spinto dal vento.
La farfalla e la lumaca di Francesco Tabusso, l’uomo dalle lunghe gambe a cavallo della botte di Giacomo Soffiantino, il gabbiano e il pesce di Francesco Casorati,
l’animale fantastico di Romano Campagnoli
Gli apparvero cose bellissime: farfalle colorate da lui, pesci che fumavano come lui, gabbiani che si portavano via la sua infanzia. L’unico incubo che ebbe, un animale preistorico che lo fissava cattivo, lo legò stretto con la corda mille usi di Romano Campagnoli. Poi si svegliò. Vide colline dolci e sensuali e una farfallina che gli si era posata sul ginocchio.
“Ma questa non è mia!” pensò.
Gliel’aveva copiata e offerta Francesco Tabusso, in un momento di sosta.
La rana dei palloncini di Francesco Casorati, l’uccellino nel nido di Francesco Tabusso,
i cappelli di Mauro Chessa, il soldatino di Corrado Porchietti
Il viaggio fu lungo e difficile. La tartaruga si stancò ben presto e dovettero sostituirla con una rana ambulante che avevano incontrato ad una fiera di paese mentre vendeva palloncini e, da quel giorno, non erano più riusciti a liberarsene. Avevano sofferto la fame perché la rana, che era diventata la loro tuttofare, comprava solo orrendi formaggini in scatola e una volta Tabusso diede in escandescenza e la trattò come un verme. Per fortuna Corrado Porchietti, ogni tanto, accoglieva radici che cucinava negli stessi pentolini con cui perquoteva la grancassa.
Un giorno, quando ormai credevano di non raggiungerlo più, un uccello dal nido li avvertì che il mare era poco lontano. Si abbracciarono commossi, lanciarono in aria i loro cappelli e solo allora si accorsero di aver portato con sé anche quelli di Soffiantino e della Fata.
Il mare nella boccia di vetro ed il pesce rosso di Romano Campagnoli