
MIRTA PORTILLO BARNET di fronte ad OBATALÁ e YEMAYÁ, dipinti da Maria Giulia Alemanno ed esposti, con tre altre sue divinità dell'olimpo Yoruba, al Museo Casa de África di la Habana nel gennaio del 2010
Carismatica ed elegante come un’antica regina d’Africa, MIRTA PORTILLO BARNET, presidente dei narratori orali di Cuba, è stata una delle protagoniste più seguite e immediatamente amate di Lingua Madre , lo spazio del Circolo dei Lettori al Salone Internazionale del Libro di Torino dedicato quest’anno alla memoria. svelata E’ salita sul palco dell’ Arena Piemonte per raccontare storie e leggende afrocubane, ambientate nel periodo doloroso in cui i conquistatori arrivarono a Cuba.
Trovarono gli indigeni – ha detto – con la loro cultura e le loro credenze religiose. Li sottomisero a lavori così duri e a giornate così lunghe che famiglie intere decisero di suicidarsi. Fu così che in poco tempo i primi abitanti si estinsero. Cominciò allora la cattura e il rapimento degli africani, che furono deportati a Cuba su quelle che sinistramente vennero chiamate “navi negriere”. Viaggiavano per giorni e giorni ammassati nelle stive, con poca ventilazione e senza luce. Molti ce la facevano, altri morivano durante il viaggio. Una volta arrivati sull’isola venivano venduti come schiavi. I loro padroni e “signori” li obbligarono a convertirsi al cristianesimo, li battezzarono con nomi spagnoli e proibirono loro di rispondere se chiamati con i loro nomi africani.
Per questo – spiega Mirta con un groppo in gola – se gli italiani, i cinesi, i francesi emigrati a Cuba possono ricostruire il proprio albero genealogico, noi che veniamo dall’Africa non sapremo mai chi furono i nostri antenati, da dove esattamente proveniamo, in quale villaggio del grande continente affondano le nostre radici. Spogliati di tutto, ricchi soltanto delle proprie tradizioni e credenze religiose, i nostri progenitori riuscirono ancora ad adorare le proprie divinità creando intelligenti analogie con i santi cattolici. In tal modo ad esempio Elegguá, trovò sincretismo in Sant’Antonio da Padova, Ochún, divenne la Vergine della Carità del Cobre (poi patrona di Cuba), Changó fu Santa Barbara, Babalú Ayé San Lazzaro, Yemayá la Vergine di Regla, Orula San Francesco d’Assisi, Obatalá la Vergine de las Mercedes e Olofi Dio.
Di giorno, davanti ai signori pregavano i santi cattolici ma a fine lavoro, nelle loro baracche, tornavano a chiamarli con il loro vero nome, il nome africano e a spogliarli di ogni idealizzazione. Ancor oggi gli dei Yoruba sono del tutto simili agli uomini: amano, odiano, lavorano, ballano, soffrono, si divertono.
Mirta spiega che Elegguá è l’orisha che apre e chiude i cammini, veste di rosso e di nero, è giovane, giocherellone e assai capriccioso, Obatalá è un orisha maggiore, veste di bianco ed è signore della testa degli uomini, Changó è il padrone del fulmine, del tuono e del fuoco, veste di rosso e di bianco, è un ottimo ballerino e gli piacciono le donne che a loro volta impazziscono per lui. Anche Ochún, signora dei fiumi , del denaro, dell’amore, civettuola e sensuale, gli corre incontro nel suo abito giallo girasole, non gli resiste e lo ama da sempre e per sempre con passione. Yemayá è la regina del mare, la madre universale, indossa abiti blu e bianchi, è amorevole, compassionevole, protettiva e generosa. Babalú Ayé, segnato dalla vita, cura le malattie, indossa una tunica di yuta lacera e compie molti miracoli.
Si alza ora Mirta, regale nel suo abito patchwork, somma di tutti i colori dell’ olimpo Yoruba. E’ giunto il momento di narrare alcuni Patakies, storie surreali di divinità molto, molto bizzarre.
Elegguà
Il piccolo dio si svegliò di buon umore e pensò di organizzare una festa. Invitò tutti gli orishas ma questi non ci andarono. Allora, infastidito, decise di vendicarsi chiudendo loro le porte del destino. Da quel momento tutti i raccolti furono scarsi, i fiumi si prosciugarono, il mare si ritirò, gli uomini cominciarono a morire, fino a quando compresero che era giunto il momento di organizzare una festa per Elegguà. Ed il mondo ottenne il suo perdono.
Ochún
Un giorno Ochún, la bella tra le belle, usci a passeggiare e incontrò Oggún, signore dei metalli, rozzo e selvatico. Appena la vide Oggún se ne innamorò perdutamente e decise che avrebbe dovuto farla sua , a costo di prenderla con la forza. Lei terrorizzata scappò, si gettò nel fiume e giunta alla foce incontrò Yemayá che le fece dono dei fiumi perché potesse viverci. Per questo Ochún è ora signora dei fiumi e vuole bene a Yemayá.
Olokum
Per metà donna e per metà pesce, Olokum s’innamorò di Orisha Oko, signore dei raccolti, ma questi, quando scoprì che non era come le altre donne, la lasciò. Lei si buttò in mare e tuttora vive incatenata nel buoi degli abissi.
Iroko
Iroko è la ceiba, albero sacro e maestoso. Racconta la leggenda che un giorno Iroko aprì il suo grande tronco per nascondervi Yemayá e gli Ibeyis , i gemelli figli di Ochún e Changó. Questi li stava cercando infuriato: gli avevano nascosto l’ascia di guerra proprio quando stava per affrontare un nemico. Quando Changó arrivò, Iroko gli cantò una canzone cosicché Yemayá riuscì a fuggire con i bambini, Al risveglio Changó realizzò quanto avvenuto e lanciò il fulmine contro di lui ma il fulmine rimbalzò. Per questo Changó rispetta Iroko e i fulmini non colpiscono la ceiba.
Orula Mangiagalline
Orula, il grande indovino, fece un viaggio nel mondo per vedere che tutto fosse uguale, che non esistessero le differenze. Trovò il gatto, il maiale e l’anatra e domandò il nome delle loro famiglie. Al ritorno, assolutamente convinto che tutto fosse uguale, incontro Pollito e scoprì che la famiglia dei polli era diversa. C’erano il pollo, la gallina, il gallo. Chiese di far visita alla famiglia di Pollito e fu maltrattato da Gallina. Lo disse a Gallo. Questi lo riaccompagnà a casa e alla presenza del marito, Gallina trattò molto bene Orula ma questi non dimenticò mai le sue scortesia. Per questa ragione Orula mangia le galline.
MIRTA PORTILLO BARNET, narratrice orale, attrice ed artista figurativa, ha cominciato la sua carriera di cantadora scrivendo racconti per bambini.
Nel 1998 ha fondato il PARQUECITO DE LOS CUENTOS, un luogo in cui i bambini imparano ad ascoltare, raccontare e scrivere storie. Per la sua attività ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti ed ha partecipato a vari festival internazionali dedicati all’arte del racconto orale. E’ una delle anime di AFROPALABRA il festival di oralità che si svolge ogni anno in gennaio a L’Avana in coincidenza con il Taller di Antropologia Sociale e Culturale Afroamericana organizzato dal Museo Casa de África.
Maria Giulia Alemanno
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