
© Maria Giulia Alemanno: OYÁ YANSÁ, part.
Tempera e acrilico su iuta cm 180 x 115 – 2004.
Nella sezione “Le opere” di questo sito, altre immagini del ciclo “Mis Orishas”.
Pubblichiamo qui il testo scritto dal critico d’arte Prof. Massimo Olivetti per la mostra OLTRE IL BLU, che verrà inaugurata il 31 agosto 2008 alle ore 17.30 nelle sale dell’Istituto Comprensivo Don Ferraris di Cigliano (Vercelli).
Sette artiste. Sette stelle.
SOTTO LE STELLE DELL’ORSA MAGGIORE
di Massimo Olivetti
Siete invitati ad un viaggio con “OLTRE IL BLU”. Calatevi nei panni di Strabone o Erodoto, i grandi viaggiatori dell’antichità e preparatevi ad esplorare ambiti sconosciuti, a oltrepassare colonne d’Ercole, ad avventurarvi in mari iperborei. D’altra parte il mestiere d’artista è parente stretto di quello del geografo. Addentrarsi in mondi nuovi, percorrere territori, comunicare in lingue estranee, scoprire umanità aliene. E poco importa che i mondi da scoprire siano esterni o interni. Sempre viaggi profondi sono, sempre avventure ed esplorazioni, sempre la ricerca dell’isola che non c’è. Solo che in questa mostra sono sette esploratrici a mettersi in viaggio, sette come le stelle dell’Orsa Maggiore. E ognuna ci trasporta in differenti geografie, territori che non conoscevamo o che credevamo di conoscere. Per chi vive dunque aggrappato alla realtà l’occasione è unica, un biglietto di non ritorno nella caverna platonica dove le immagini e le proiezioni diventano corpi e materia e si scavano i pozzi profondi dell’ancestralità e dell’inconscio.
Maria Giulia Alemanno ci guida dall’Africa ai Caraibi. Gli spettri di dei antichi, gli orishas, ritornano a danzare, ad occupare gli spazi che la modernità bianca pareva aver loro sottratto. Sono dei o sono antenati, non importa, l’essenziale è che sono spiriti, incarnazioni dell’antico e del profondo. E hanno soltanto bisogno che mano d’artista o trance sciamanica li evochi per riconquistare corpo ed anima vestendosi di tela di sacco.
Altro orizzonte, altre isole. Sardegna o, meglio, Sardinia, perché Adelaide Cardia esplora l’antico, un Mediterraneo com’ era, geografia di miti, protoeroi arcaici, cavalli e rocce sbozzate da venti che sanno di sale. Il segno è aspro, quasi un graffito, rievocazione di un tempo perduto nei solchi, il tempo della pietra e del coltello.
Viaggiare ha bisogno di pause, attimi spirituali per riesumare e metabolizzare il vissuto, per staccarsi dal coinvolgimento emotivo. Chen Li è la pausa, il momento della meditazione, lo spazio per un Tai Chi rigeneratore. Uno stacco apparente perché il viaggio continua sul terreno dell’astrazione e del distacco. La calligrafia come interpretazione estrema del segno, come simbolo è per Chen Li la trama su cui costruisce la comunicazione. Il ritorno al silenzio per compensare i vuoti delle parole è l’equivalente della sosta attorno al fuoco dopo la traversata nel deserto.
Il viaggiatore, e noi con lui, affronta l’ignoto srotolando e consultando portolani e mappe. Strumenti per scongiurare orizzonti troppo vasti. Rebecca Forster li fornisce. Ricompone gli itinerari su carte francesi, evidenzia i percorsi con polvere di grafite, impalpabile filo d’Arianna di ipotetici ritorni. A sbarrare il cammino è sempre un vulcano, cono di fuoco e bocca spalancata sulle viscere nostre e della terra. I suoi vulcani di ottone lucidato vomitano lingue di acidi e colate irridescenti per ricordare che la bellezza è trappola e lusinga.
Altri panorami sono quelli di Nadia Nava. L’esplorazione diventa una ricerca scientifica. Antropologia fisiognomica. Lo studio di mani che applaudono. Grandi quadri, quasi ossessivi nella ripetizione del gesto. Uno studio comparato che assimila le mani plaudenti all’espressività facciale. Posso ricostruire volti, personalità, caratteri, dietro alle mani che affiorano dal vuoto della tela. Mani timide, mani sfacciate, mani entusiaste, mani arroganti. Mani che nella loro spersonalizzazione recuperano identità negate dai riti collettivi e dalle ripetitività dei gesti.
Per viaggiare c’è bisogno di bagaglio, anzi il viaggio stesso diventa valigia, come prolungamento e supporto per il viandante. Paola Risoli riempie queste valigie di generi di conforto, nostalgie di focolari, tenerezze di ambienti domestici, cantucci di ricordi. Non sono di ostacolo alla necessità dell’andare, quello che abbiamo lasciato è lì, ancora con noi, non perduto, ma dentro la nostra fedele compagna valigia.
E mentre Gulliver incontra i Lillipuziani, a noi capitano le bambine cattive di Titti Garelli. Popolazioni fantastiche a cavallo tra i fratelli Grimm e Harry Potter. Ma come con i Lillipuziani ogni incontro comporta dei rischi. Attenti alle bambine cattive. Sono dentro di noi. Stravolgono i lieti fini delle favole, seducono i principi azzurri e poi li abbandonano, oppure li trasformano definitivamente in rospi. Titti Garelli le conosce, le ha incontrate e studiate e sa che solo la loro visibilità le trasferisce dall’incubo al sogno.
Orizzonti lontani, mondi profondi, il cerchio si chiude sul mazzo di zinnie di Albertina Zucchelli, pittrice di fiori, risaie, volti, che riporta nel quotidiano di quest’angolo di Vercellese le ansie ed i tumulti di chi si è perduto tra isole e mari.
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