FRANCISCO GORDILLO visionario pittore di mitologie afrocubane

Francisco Gordillo ritratto da Maria Giulia Alemanno in un patio di La Habana Vieja

Francisco “Gordillo” Arredondo

Discendente di fondatori di origine conga del Palo Monte a Cuba e anche di praticanti della santeria, Francisco “GordilloArredondo ha tradotto in pittura una visione personale della sua eredità familiare, ispirandosi sia alla mitologia collettiva, sia alla memoria del suo retaggio africano. Nel boom contemporaneo del turismo, dove molti degradano le leggende cubane con una cruda superficialità ed altri si iniziano alla religione in cerca di un mero tornaconto personale, Gordillo è una rara eccezione che tratta il materiale come un lascito sacro, con la dignità e la grandezza con cui gli è stato consegnato dai suoi avi. La sua arte offre una visione privilegiata dei miti delle religioni afrocubane. A differenza di quelle opere d’arte, che proliferano nelle fiere dell’Habana e che costituiscono preziosi souvenir per turisti, mostrando immagini alla moda e stereotipate, i lavori di Gordillo esprimono la profondità e la complessità del loro autore, alla ricerca di legami con i riti e la mitologia portati sull’isola dai suoi antenati. La brillantezza dei colori usati, la forza delle metafore, il simbolismo dei movimenti rituali nei suoi quadri rivelano tutta la vitalità della santeria e del Palo Monte.
A questo proposito
Ivor Miller scrive: “Osservando il lavoro di Gordillo lo si può paragonare all’ascolto di un cantastorie che narri i miti fondativi: la sua estetica è magnetica e porta il pubblico ai confini dell’intimità.” Ivor Miller. Kongo Cruzado: Lukumí and Kongo Identities in Cuba. The Art of Francisco ‘Gordillo’ Arredondo The International Review of African American Art. Vol. 20, No. 2., 2005 

Basata sulle tradizioni dell’Africa occidentale, in cui la famiglia è un’istituzione sacra, la mitologia della Santeria nei quadri di Gordillo proietta una visione di vite arricchite da intime interazioni familiari. Le opere contengono diversi livelli di significato legati alla parentela biologica, a quella religiosa e all’uso delle leggende per alleviare i mali sociali. Sono narrazioni incentrate su nomi, frasi e azioni riferite alla tradizione orale di derivazione yoruba e conga che ancora sopravvive a Cuba.

Gli antenati di Gordillo arrivarono sull’isola dall’Africa centro-occidentale, come molte altre persone provenienti dal Congo e dall’Angola furono ridotti in schiavitù e costretti a lavorare nelle piantagioni di zucchero. Tuttavia, portarono con sé i loro oggetti rituali e contribuirono a creare la religione cubana del palo monte, basata appunto su tradizioni conghe. Le donne della famiglia, invece, praticavano la religione lucumí. Sin da bambino Gordillo ha partecipato alle cerimonie celebrate da sua nonna, una sacerdotessa di Obatalá. Cercando la propria strada, il contributo più importante che questo giovane pittore ha dato all’arte cubana consiste nel legare delle conoscenze esoteriche specifiche a delle esperienze personali in impressionanti dichiarazioni visive.
Guardando esempi dei lavori di Gordillo si capisce molto della centralità delle religioni di origine africana nella vita quotidiana dei cubani. Un tema chiave delle sue opere è l’insistenza sul fatto che due specifici aspetti delle identità etniche legate all’Africa possano mantenere la loro integrità, pur mischiandosi tra di loro pacificamente:

“Mescolo le due culture, quella bantu e quella yoruba, ovvero cerco elementi dell’una e dell’altra, simboli, attributi degli orichas e li ricreo in composizione, unendoli e amalgamandoli anche attraverso l’uso del colore e dell’atmosfera.”

Francisco Gordillo: INICIACIÓN , tecnica mista
su carta a mano del Taller de Papel Artesanal di L’Avana – 2010

Gordillo è una persona pacata e molto gentile, il suo carattere traspare già entrando nella sua casa-studio, che si trova nel quartiere popolare di Centro Habana, dove tutto è semplice ed autentico. Ha frequentato la scuola d’Arte Plastica di San Alejandro e all’inizio della sua carriera non pensava di trattare temi religiosi:

“Mi piaceva molto il paesaggio e il ritratto, paesaggi sia urbani sia rurali e renderli con uno stile espressionista ma durante il mio terzo anno, per un lavoro di storia dell’arte, ho incominciato a indagare sui santi e sugli orichas e da allora tratto questo tema, dato che anche la mia famiglia viene da tradizioni religiose, e mi sono ritornati alla mente i racconti di mia nonna e della mia infanzia. Mi sono interessato alla storia degli orichas ma ho voluto anche toccare un piano più profondo, rispecchiando la mia esperienza personale, quando da bambino mi sono avvicinato a questa religione, in seguito a una malattia che mi aveva colpito. Così ho incominciato a riflettere e narrare queste vicende nelle mie opere. Dunque, fondo una visione religiosa con una creatrice dell’artista in cerca di conoscenza.”
Utilizzando varie tecniche, dall’olio, ai pastelli, dall’acrilico, all’inchiostro e al carboncino, l’artista cerca di ottenere trame diverse, effetti visivi derivanti anche dalla sovrapposizione, lavorando affinché le sue tele siano profondamente cubane, però sempre con un tocco e un’identità africana. Le opere di Gordillo vogliono mostrare alla gente la parte positiva della cultura religiosa afrocubana perché, come sottolinea egli stesso “a volte viene vista in maniera negativa, ci sono molte persone che pensano che venga usata per scopi malvagi, che sia una cosa del diavolo e mi sono reso conto che si conosce poco la ricchezza della nostra cultura anche all’interno del paese stesso”

Francisco Gordillo: OLOKUN LA DIOSA DEL MAR,
tecnica mista su carta a mano del Taller de Papel Artesanal de La Habana – 2010

Riflettendo sulla sua esperienza personale e ricercando una visione creatrice sempre nuova, stabilisce così un compromesso con se stesso e con i suoi antenati, con la sua identità e la sua cultura “esprimendo quello che mi hanno insegnato i miei avi e attraverso loro comunicandolo al pubblico.”

Nelle sue opere si ispira sia a grandi pittori cubani, come Lam, Mendive, Roberto Diago e Pedro Pablo Oliva, sia agli impressionisti ed espressionisti europei, quali Manet, Monet, Gauguin, Van Gogh e Matisse, proponendo però sempre una propria interpretazione e visone personale:
“Le immagini classiche mi possono dare un’idea, un punto di partenza per creare successivamente una figura mia, grazie a spunti visivi che mi possono ispirare durante una cerimonia, come una macchia o una pietra. Nel momento in cui comincio a dipingere può apparire da uno schizzo di colore l’immagine di un oricha e allora la lavoro. Chiaramente le immagini sono molto simili a quelle di altri artisti che hanno trattato lo stesso tema, dato che tutti attingiamo dalla fonte della religione africana che è giunta a Cuba. Successivamente la fantasia, il vissuto o la conoscenza del singolo portano a immaginarsi nuove figure, poichè in realtà gli orichas non si vedono… abbiamo un’idea di come potrebbero essere o la descrizione di come erano in vita ma alla fine siamo noi che dobbiamo crearli.”
Anche per quanto riguarda l’uso dei colori o degli attributi tipici dei santi, si può notare un legame con la tradizione ma anche una vena innovatrice:
“A volte cerco di usare il colore tipico dell’oricha ma non in tutti i casi. Posso dipingere un Changó azzurro, un Elegguá giallo, è un’interpretazione, perché penso che gli orichas siano di tutti i colori, nonostante abbiano una tinta determinata. Non so, ad esempio, posso vestire Yemayá guerriera in rosso, anche se il suo colore è l’azzurro. A volte raffiguro il santo con il suo colore ma non sempre, anche perché molto spesso fondo caratteri bantu con quelli yoruba.

Alice Turra, antropologa
Intervista a Gordillo, la Habana, 4 ottobre 2007

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