I disegni di prigionia di LUIGI CARLUCCIO al Museo della Resistenza di Torino

Luigi Carluccio: Senza titolo

Disegni di prigionia:

Luigi Carluccio 1943 – 1944 – 1945

25 gennaio – 5 maggio 2013

Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione,

della Guerra, dei Diritti e della Libertà

Corso Valdocco, 4/A

TORINO

Info:
Tel. 011 4420780 (Biglietteria)

www.museodiffusotorino.it

Per una singolare gioco del destino mi trovo a seguire queste prime Tracce d’Arte ripercorrendo quelle lasciate da  Luigi Carluccio, non già in veste di critico ma d’artista.
Sostando davanti alle sue opere raccolte dal Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti, della Libertà, di Torino in un’esposizione rigorosa quanto emozionante,  mi chiedo se la conoscenza di questi suoi disegni di prigionia, realizzati dal 1943 al 1945, mi avrebbe permesso al tempo in cui, giovanissima, lo incontravo nelle  più note gallerie di Torino, di avvicinarmi a lui con minor timore e riverenza. Certamente si, anche se la timidezza, di cui  allora soffrivo, avrebbe potuto ostacolare la mia percezione della grande umanità di quell’uomo che, come tutti i ragazzi appassionati d’arte, tendevo piuttosto a vedere come un gigante irraggiungibile, non toccato da umana fragilità.

Luigi Carluccio, uno dei pochi esponenti
dell’arte italiana contemporanea di prestigio internazionale

E d’altra parte come non sentirsi piccini al cospetto di  un personaggio  che, in mostre rimaste memorabili alla Galleria D’Arte Moderna di Torino, ci aveva presentato, riunite, le Muse Inquietanti ed ispiratrici di  De Chirico, Savinio, Magritte, Delvaux o svelato la musica fatta spazio, segno e colore del Cavaliere Azzurro di Kandinskij, Marc e Klee? Era sempre grazie a lui se avevamo scoperto la pittura emaciata di Bacon e Sutherland, il sangue più che la carne, il dolore steso, senza alcun compiacimento estetico, sulla tela. Carluccio ci insegnava  a contrapporre, all’ombra della Mole,  la squillante anarchia pittorica di Spazzapan  al silente equilibrio di  Felice Casorati ed al contempo ci incitava ad esplorare i grandi spazi fisici e temporali  dell’Arte , dall’America di Rothko e di Pollock, all’ancor più  sconfinata, primitiva libertà dei valori selvaggi  di Dubuffet.  Divoravamo avidamente i suoi articoli sulla Gazzetta del Popolo e su Panorama, ed ammiravamo la scrittura fluida e limpida delle sue presentazioni, che sempre  ci aiutava a  raggiungere il cuore delle opere, capire gli artisti,  persino ad intuirne i percorsi futuri.

Conservo di lui soprattutto un ricordo invernale.  Ancora mi sembra di vederlo entrare alla Bussola, la galleria in via Po che aveva diretto dal ’47 al ‘55, quasi per concedersi il piacere di riunire, in uno spazio personale ed aperto, il meglio dell’arte internazionale. Alto, solenne, carismatico, gli occhi pungenti e neri,  sovrastati da inconfondibili sopracciglia feline, che  un bravo incisore non avrebbe potuto che tradurre  in segni  netti e taglienti  di  puntasecca,  compariva dal freddo dei portici e nella sala  calava improvviso il silenzio. Il vociare si tramutava in bisbiglio, poi in flebile passaparola: “ C’è Carluccio… c’è Carluccio” e da quel momento i presenti si aggrumavano intorno a lui in attesa di una sua  lettura delle opere esposte, che sempre giungeva  puntuale e chiarificatrice. Oggi lo chiamerebbero pomposamente “un evento”, ed era invece molto di più, era l’incontro tra il critico ed il suo pubblico, una lezione cristallina, mai accademica, generosamente offerta ed assimilata, senza alcuna formalità,  in piedi.
Francesco Tabusso, con cui avevo iniziato a collaborare nei primi anni ’70, mi raccontava di come Carluccio fosse solito capitare  all’improvviso nello studio dei pittori per seguire l’evoluzione di un  quadro ed essere fino in fondo partecipe di un parto, non sempre  indolore. “La sua presenza – mi diceva, –  se da un lato poteva creare  inquietudine, dall’altro era invece rassicurante, quasi paterna. Perché un giudizio od un suo consiglio si rivelavano  sempre, anche se severi, utili ed illuminanti. Nessuno  quanto lui sapeva scovare tra le tele accatastate ed appena abbozzate, quella che sarebbe diventata un quadro importante”. Gli bastavano pochi segni, poche pennellate per capire. Perché possedeva il grande dono di vedere oltre, di sapere d’istinto quali fossero gli artisti veri, anche se totalmente sconosciuti, e di aiutarli e spronarli, indicando loro l’esistenza di nuovi territori di ricerca e felicità espressiva. Seguire  quelle che chiamava “le impennate del pittore” gli era indispensabile per scriverne con quel suo stile inconfondibile, puntuale, mai fumoso, da critico-giornalista che ben conosceva  il valore e l’importanza di una comunicazione chiara e comprensibile, anche e soprattutto ai non addetti ai lavori.

Luigi Carluccio: Autoritratto

Ora, guardando i suoi disegni di prigionia, credo d’intendere meglio perché, prima di parlare di un artista, avesse bisogno d’ indagarne l’anima, di scandagliare le profondità dell’uomo. E quanto in fondo fece in prigionia. Per tre interminabili anni utilizzò  mezzi poverissimi e di fortuna, un lapis, un carboncino, un foglietto quasi trasparente come lo  erano la sua vita e quella degli altri militari italiani che, dopo l’8 settembre del 1943,  rastrellati e catturati dalle truppe tedesche, furono deportati in campi istituiti in Germania e nei territori occupati. Un immenso esercito dissidente, dimenticato e  raggruppato in una sigla: IMI, Italienische Militàr-Interniete, che annullava l’individualità e riduceva gli esseri a numeri indistinti, senza nome.  Nel campo riservato agli ufficiali del lager di Wietzerdorf erano molti gli intellettuali costretti a trascinarsi in un tempo non scandito, immobile. Tra loro lo scrittore Giovanni Guareschi, l’umorista , pittore e illustratore Giuseppe Novello, lo scultore Mario Negri, il giornalista Stelio Tomei, l’attore Gianrico Tedeschi. Per sopravvivere si organizzavano recite e concorsi letterari. Oppure ci si rifugiava nel disegno, il modo più semplice e diretto per  fissare una realtà sconsolante e documentarla  con pochi tratti, essenziali, scarni, che difficilmente le parole avrebbero potuto sintetizzare.
E’ in questo bozzolo di nulla che nascono i ritratti di Luigi Carluccio. Colpisce come i corpi,  privi di  consistenza, si perdessero nel vuoto del foglio, mentre l’occhio  si concentrava sui volti, sugli sguardi smarriti  e sul deserto interiore che erano costretti a fissare.
Un disegno mi pare particolarmente significativo:  è quello di un uomo sdraiato, accanto al quale vegliano due figure femminili immateriali, trasparenti. E’ uno dei pochi ad avere un titolo: Le ore, che davvero dovevano essere fantasmi simbolisti in quel  mondo paralizzato, senza aperture sull’esterno, senza speranza. Chissà se nel 1969, organizzando la grande mostra  Il sacro e il profano nell’arte dei Simbolisti a Torino, Carluccio si ricordò di quel foglietto sgualcito, di quelle donne piegate su un giaciglio senza sogni?

Luigi Carluccio: Le ore

Furono soprattutto ritratti di dormienti, quelli eseguiti dal ’43 al ’44 con segni ora compassionevoli e morbidi, ora rapidi e nervosi, quasi a voler fissare l’attimo tragico in cui il sonno assomiglia alla morte. Figure  drammatiche ed abbandonate, spesso osservate di scorcio, i volti  lontani, in prospettive esasperate dalla linea di coperte che sembrano sudari.

Luigi Carluccio: Dormiente

Ma presto il tenente Carluccio sente di doversi  concentrare soltanto sui volti smagriti dei suoi compagni, come se la fisicità non avesse più importanza in un luogo dove l’inedia scarnifica i corpi, rallenta i gesti, paralizza i pensieri. Mette dunque a fuoco orbite profonde come pozzi, zigomi scavati, labbra chiuse alla parola.

Luigi Carluccio: Ritratto

Colpisce come i fogli esposti non presentino unità stilistica, quasi  Carluccio volesse sottolineare che la condizione alienante a cui sono costretti i suoi modelli  non riesca a cancellare del tutto né la loro unicità , né la loro dignità di esseri umani.
Dirò di più: il diverso  esercizio di stile che pare voler applicare ad ogni singolo soggetto, sembra essere anche un espediente  per avvertire, di volta in volta, la consolante presenza dei grandi maestri, quasi un ripasso mentale della tanto amata storia dell’arte, come antidoto alla disperazione e ad una altrettanto insidiosa  malinconia.
Non ha forse la preziosità di una piccola incisione di Rembrandt il ritratto del giovane sottotenente di prima nomina?

Luigi Carluccio: Ritratto

Non si avverte la lezione di Dürer nel  tratti incisi del soldato dallo sguardo fisso ?

Luigi Carluccio: Ritratto

Solo nel ’45, quando nel campo s’inizia a percepisce l’avvicinarsi della liberazione e viene dunque meno la necessità di testimoniare l’orrore, le donne trasparenti delle Ore acquistano la fisicità della speranza e del desiderio, emergono da boschi ancora neri e fitti di carboncino, ma già, nei giochi di luci e di ombre sui loro corpi nudi   si avverte il ritorno della vita, come  il soffio di primavera che accarezza le bagnanti di Cezanne.

Luigi Carluccio: Senza titolo

Del dramma  dell’ internamento  Carluccio non scrisse e raramente parlò, se non, e a fatica, finita la guerra, con le persone più care. Perché le parole possono essere bisturi affilati che riaprono ferite, rivelano la propria impotenza di fronte al dolore, quello personale e quello dei compagni di sventura. Forse non guardò nemmeno più quei piccoli fogli stropicciati e ingialliti, – la sua faccia nascosta della luna – forse li chiuse in un cassetto, quasi a voler  cancellare i ricordi. Ma ora, esposti ed allineati, quanto ci rivelano di lui, della sua umanità, della sua compassione. E quanto me lo fanno sentire più intimo ed amico, il grande critico che non ho mai osato avvicinare.

*

C’è invece una persona che ha avuto il privilegio  di vivere accanto a  Luigi Carluccio i momenti fondamentale della propria formazione culturale e  umana. Per Massimo Olivetti, non a caso bravissimo critico d’arte, Carluccio era semplicemente Gino. Figlio dell’avvocato Mario Olivetti con cui Carluccio aveva fondato nel 1934 la rivista Arte Cattolica, Massimo ha trascorso la giovinezza in stretto contatto con lui e la sua famiglia.
A lasciare  una traccia indelebile nella sua vita , oltre alle tante estati trascorse davanti al mare di Deiva Marina o ai lunghi pomeriggi  nella casa di Via Palmieri, fu il viaggio a piedi da Paestum a Palinuro in cui Carluccio coinvolse i suoi figli e i loro amici in una straordinaria avventura alla scoperta delle bellezze artistiche e naturali di una terra dove ancora gli dei si muovono nel vento. Una guida d’eccezione che Massimo Olivetti ricorda con nostalgia ed affetto filiale.
Ritengo giusto, dunque, affidare quest’ultima parte a chi lo ha conosciuto così intimamente, riproponendo l’articolo scritto in occasione dell’inaugurazione della mostra al Museo Diffuso della Resistenza,  pubblicato  venerdì 8 febbraio 2013  sul Corriere dell’Arte.

Il critico d’arte Massimo Olivetti alla mostra dei disegni di Carluccio

Gli schizzi in diretta di Carluccio

di Massimo Olivetti

Non è sollievo è molto di più. E’ una sensazione di completezza aver ritrovato,  finalmente,  una pagina, un momento, un’occasione in cui l’arte si presta al ricordo ed alla memoria e rioccupa la funzione ed il ruolo di quella che un tempo si definiva arte civile e non era altro che la necessità dell’osservazione della realtà,  anche nei suoi momenti più crudi e tragici. Persa e smemorata è quasi sempre oggi l’attività artistica, impegnata ed impregnata di autoreferenzialità o di inutilità, che al massimo tratta l’esistente come utile grancassa per provocazioni egomani  o scoop personali.
I Disegni di prigionia:
Luigi Carluccio 1943-1944-1945 sono altro. Sono un diario dell’orrore tanto più lucido, tanto più forte, tanto più definitivo, quanto più privato, intimo, solitario. Non furono fatti per essere visti, per diventare oggetto da esposizione, nemmeno dopo, nemmeno finito l’orrore. Erano segni che derivavano dalla necessità della sopravvivenza  non solamente fisica, ma umana,  su fogli recuperati nella spazzatura  dei campi d’internamento,  con carboncini preziosi come il pane che mancava .  Segni che fotografavano esistenze spezzate ma non piegate, volti di sopravvissuti ritagliati nel vuoto in cui il nazismo voleva scaraventarli. Quante di quelle facce, mi chiedo, hanno continuato a vivere anche dopo, quanti di quegli occhi spiritati, intensi, racchiusi in orbite scavate,  hanno visto la liberazione? In queste domande c’è il segno dell’importanza, anzi della necessità, di questa bellissima mostra allestita dal Museo Diffuso della Resistenza della Deportazione della Guerra dei Diritti e della Libertà insieme all’Archivio Cinematografico della Resistenza. La necessità non solo del ricordo, appunto, ma la necessità di recuperare la capacità dell’arte di essere il testimone delle umane vicende,  di rioccuparsi dell’uomo.
Il pensiero corre inevitabilmente alla serie degli orrori della guerra di Goya. Il paragone è per un verso infelice. Goya denuncia quasi con altrettanta violenza di quella che dipinge e rappresenta. Carluccio registra, annota, cataloga per sé. Goya urla per scuotere coscienze,  Carluccio schizza per continuare a vivere ed esistere. I lavori di Goya sono grida, quelli di Carluccio silenzi. Ma in entrambi l’orrore di quel che vedono e di quel che vivono provoca un transfert pittorico. La necessità di rappresentare riducendo il tutto all’essenziale, eliminando il superfluo, il retorico, per identificare e inchiodare alla matita la centralità della bestialità della condizione umana.

“Negli schizzi “ in diretta” di Carluccio, questo bordo di difesa precauzionale dal ricordo, non esiste, perché la presa-immediata abolisce lo spazio della meditazione, sottrae persino lo spazio al respiro tranciato del futuro. Si disegna per continuare a vedere, a tollerare di vedere.” Scrive Marco Vallora nella presentazione della mostra e correda il commento con i ricordi di coloro che, come Mario Negri, condivisero con Luigi Carluccio la lunga prigionia prima in Polonia a Deblin-Irena, poi a Lathen-Oberlangen e a Wietzendorf in Germania. Erano IMI, Italienische Militàr-Interniete,  soldati ed ufficiali deportati che si rifiutavano di aderire alla Repubblica Sociale Italiana e che non avevano  nemmeno la fragile protezione della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra del 1929.
In questa serie di ottanta disegni fragili e preziosi, in questa Sistina di prigionia, il respiro tranciato del futuro è dentro il pozzo nero degli occhi dei deportati,  è nei corpi sdraiati ed allungati, paradigma di un’immobilità imposta e subita, nei piedi distesi che cercano di uscire dallo spazio-foglio, nell’assenza di oggetti e materia che rimanda alla condanna della privazione.Mi preme sottolineare ancora che l’organizzazione e l’allestimento con estrema sensibilità accompagnano e corredano i lavori ricostruendo, in una cornice di asciutta atmosfera,  la memoria di un dramma  che per troppo tempo è stato oggetto di collettiva rimozione.

Luigi Carluccio: senza titolo

LUIGI CARLUCCIO- Note biografiche

Luigi Carluccio era nato a Calimera (Lecce) il 5 maggio 1911.
Critico d’arte dei quotidiani “Gazzetta del Popolo” di Torino, “Il Giornale Nuovo” di Milano e del settimanale “Panorama”, curò alcune delle più significative esposizioni d’arte contemporanea del dopoguerra tra cui: sette edizioni di Francia- Italia pittori d’oggi dal 1951 al 1961 a Torino, sua città di residenza.

Sono memorabili le mostre: Le muse inquietanti (1967), Il sacro e il profano nell’arte dei simbolisti (1969), Il Cavaliere Azzurro (1971), Combattimento per un’immagine. Fotografi e pittori (1973), tutte alla Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino.

Tra le molte altre ricordiamo le mostre di Bacon (962), di Spazzapan (1963) e di Felice Casorati (1974)

Dal 1979 al dicembre del 1981, quando improvvisamente morì a San Paolo del Brasile, fu direttore del settore Arti Visive della Biennale di Venezia.
Tra le sue pubblicazioni ricordiamo le monografie su Luigi Spazzapan (1960), Umberto Giacometti (1966), Casorati (1974).
Una scelta di suoi scritti è stata raccolta nel volume La faccia nascosta della luna, pubblicato postumo dall’editore Umberto Allemandi.

Luigi Carluccio: Senza titolo

Questi scritti su Luigi Carluccio sono un’anticipazione del mio contributo alla rivista trimestrale del Centro Studi Cultura e Società di Torino, on line dal prossimo maggio, di cui curerò la rubrica “Tracce d’Arte”.

Maria Giulia Alemanno

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