Ricordo di PIERO RUGGERI, pittore immenso

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Opera di Piero Ruggeri esposta nell’ antologica a Palazzo Magnani, Reggio Emilia – Marzo 2008

Se n’è andato in un giorno di maggio Piero Ruggeri, pittore immenso. Da alcuni anni non ci si sentiva – la vita spesso decide per noi. E non mi sono accorta che il tempo passava…

Aveva 79 anni, dicono i giornali. Piero 79 anni? Impossibile.

Per me continua ad avere l’età di quel mattino d’inverno dell’83 quando l’ho incontrato per la prima volta all’ angolo tra via Po e via Accademia Albertina. Io affannata perché non riesco a trovare un parcheggio per la mia sgangherata R4, lui con l’aria di chi si trova a passare di lì per caso. Abbiamo un appuntamento. Devo intervistarlo per Stampa Sera. Sono giovane ed emozionata. E’ noto il suo carattere da istrice. Che domande potrò mai fargli senza che mi aggredisca? Non è uno che te le manda a dire, Ruggeri! Lo sanno i suoi colleghi, lo sanno i suoi allievi. Attenti al fuoco!

Arrivo carica di timori e timidezze. E mi trovo a conversare con una persona più intimidita di me, gentile, disponibile. L’esatto contrario della leggenda che avvolge il suo personaggio. La persona mi dice, tenera e disarmante, che l’arte è la sua vita, la sua gioia, il suo tormento.

No, Piero non ha età.

Piero è l’ARTE.

Dove sia andato ora chissà , a graffiare le nuvole, a reinventare i tramonti.

Ricordo che una volta, eravamo con Francesco Tabusso l’amico di sempre, a dipingere all’aperto.

Non ho più del giallo – dice Francesco – Allora metti del viola, risponde lui,- che va bene lo stesso.

E’vero, va bene lo stesso Piero, se si è artisti nel profondo, se si sa, anche nel buio più pesto far brillare i colori. I tuoi rossi di sangue, i tuoi azzurri di fondale, usali ora per dipingere nuovi cieli. E ancora…ancora….ancora regalaci dall’alto l’ispirazione di grandi meraviglie.

Qui di seguito, ritrovato tra fogli di giornale ingialliti, il racconto di quell’incontro nel vecchio cuore di Torino.

PIERO RUGGERI

Un timido negromante che dà splendore alle tenebre più fitte.

-Piero Ruggeri, ovvero quanto di selvatico, imprevedibile, tormentato può riservare un pittore, ma anche ciò che di sgomento e stupefatto di fronte alla vita può nascondere uno sguardo.

-“Mi sono ritirato a vivere in campagna in una frazione di quattro case perché sento la città provvisoria e raffazzonata.”

-Storia di una pittura che non è prezzemolo…

…………………

Un pittore, se è davvero tale, continua ad esserlo anche in un bar di via Po davanti ad un aperitivo rosso cupo, marrone, dorato a seconda della luce che arriva dalle arcate dei portici. Qui incontro Piero Ruggeri a metà mattina all’uscita del Liceo Artistico dove insegna, infreddolisco anche se difeso da un piumino bianco.

Mi porge due cataloghi e alcune fotografie di cui una di sé mentre disegna:

Ero molto più giovane –dice – ma non ne ho trovate altre. E’ tutto. Devo ancora raccontarle… raccontarti qualcosa?”

Alterna il lei ed il tu come se si trattasse di pennellate, il chiaro e lo scuro, il gioco dei contrasti. O soltanto la timidezza. Eppure, se si rimane in superficie, può ricordare un cane selvatico pronto ad attaccarti, imprevedibile, tormentato. Ha grandi occhi scuri, e sono la cosa che più colpisce di lui, mobilissimi, a tratti inquieti, a tratti quasi languidi, molto spesso tristi. Dietro il cane selvatico si nasconde un cucciolo domestico, stupefatto e sgomento per come va il mondo.

L’altro ieri in televisione ho visto un documentario su Hiroshima. Quella maledetta esplosione, la morte che lascia la sua impronta sui muri, L’umanità è fatta di violenza, delitti, sangue. La cenere e il dolore ci sono da sempre. Per questo sui mie paesaggi passa una vampata di foco. I colori predominanti? I rossi e i neri. La vita la vedo così. Prende…prendi qualcosa di caldo?

Mr Hyde alla fine di ogni frase ha sempre la meglio su Dr. Jekyll, s’impone con piccoli segni, un aggettivo, un gesto gentile.

Eppure a volte la gente la sconvolgo perché sono capace d’impennate improvvise per altri incomprensibili. E’ difficile far capire che dietro cìè spesso solo la stanchezza accumulata durante il giorno o la rabbia per qualcosa che è andato storto.

Apro il catalogo che racchiude le sue opere dal ’64 al ’74. Si avverte che dietro la pittura informale c’è una cultura rivisitata, c’è una tradizione pittorica che ha radici profonde. Quali?

Caravaggio, Rembrandt, Tintoretto, i Manieristi e tutto il dramma che i loro quadri sprigionano, la forza del buio e la potenza della luce. E’ come se il pittore fosse un negromante che dà splendore alle tenebre. Credo di essere ancoraq uno che continua il mestiere antico, manovrando colori e pennelli per gettar fuori certe mie visioni interne, le paure, le gioie, le emozioni che mi vengono dai ricordi. E’ come se adoperassi un setaccio con cui seleziono la vita e cerco di ricavarne il meglio. Quello del pittore è uno dei lavori più bastardi che si possano fare. Perché setacciala quanto vuoi, la vita è poi quella che è e bisogna affrontarla nella sua realtà senza tante metafore.

Dunque ti spaventa la realtà?

Ho fatto una scelta. Mi sono ritirato a vivere in campagna, in una frazioncina di quattro case che si chiama Battagliotti, sperduta tra gli alberi sopra Avigliana, percè la città la vedo provvisoria, raffazzonata. Si va avanti per tentativi. In sostanza non c’è più un rigore. Per troppa gente neanche in pittura. La pittura in parole povere non è prezzemolo, non si può raccogliere un ciuffo, metterlo in un bicchiere e poi sostenere di aver copiato un bosco. Chi ha qualcosa da dire deve scavarlo lentamente, non si può saltellare dall’informale, alla pop art, al post moderno, andare un passo avanti e uno indietro come grossi gamberi solo perché te lo chiede il momento, la moda. I miei migliori amici sono pittori che battono il chiodo, che da anni continuano coerenti la loro ricerca. C’è chi è padrone di intere praterie, noi abbiamo forse solo un orto ma cerchiamo di coltivare verdure genuine.

Veniamo a questo paesaggio.

Come tutti gli altri non è dal vero. Per paradosso un paesaggio dal vero mi viene meglio in studio dove dipingo a memoria, sommando emozioni che non so neanche spiegare ma che sono un tentativo continuo di capire, di raccontare, di ricevere, di dare. Siccome poi la mia è una pittura d’amore, il colore non ha bisogno di tante sfumature. E’ materia pura, è spessore gettato, inciso, graffiato, accarezzato. Ultimamente sto dipingendo “Le Tate nel Bosco”, un tentativo di continuare un discorso di figurazione che ho dentro da molto tempo, ancor prima dell’innamoramento per i pittori americani, quelli che considerano la tela un’arena in cui agire invece che uno spazio in cui riprodurre un oggetto reale o immaginato.

Le tate? Le fate?

Tata è la mia bambina di undici anni. Lei fa parte della mia vita, del mio mondo, di conseguenza ora anche dei miei quadri che da sempre, grandi o piccoli, devo risolvere in quarantott’ ore, o non li risolvo più perché ho bisogno di sentire che la materia è viva e si muove grazie a me e con me.

Abbassa i grandi occhi scuri sull’aperitivo che è quasi finito.

C’è ancora qualcosa da dire?

Faccia lei…fai tu. Resta il fatto che, con qualche variante, io continuo imperterrito la mia canzonetta.

Maria Giulia Alemanno – in Da Torino… con colore. STAMPA SERA, venerdì 25 febbraio 1983

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