SERGIO ALBANO E LA CASA DEI SILENZI

Sergio Albano © : “L’ultima casa”
olio su tavola
cm. 40 x 40
2000

LA CASA DEI SILENZI

di Maria Giulia Alemanno

Ci sono quadri nei quali inevitabilmente si entra, come se una forza invisibile ci attraesse oltre lo specchio e ci proiettasse in in una condizione di non tempo dove tutto è già detto, eppure ancora possibile. Sono quadri straordinari, magici e assoluti, pietre miliari, snodi. Li vedi per la prima volta eppure sai che da sempre ti appartengono, perché tu stesso appartieni alla loro atmosfera, rifugio dell’anima quando fuori è burrasca.

Così è per la  casa blu carta da zucchero che Sergio Albano ha ricostruito, isola in una laguna di risaie, ritagliata contro un cielo forse di temporale, forse di sogno: una casa modesta, d’architettura essenziale, impreziosita soltanto da un abbaino aguzzo ed insolito per geografie piemontesi, quasi si trattasse di un frammento di Russia, il decoro di una dacia sperduta nella steppa trasferito in pianure conosciute.

La Casa dei Silenzi s’affaccia su un orto cintato, bruno di zolle pronte ad accogliere piante che, si sa, cresceranno in ordine perfetto, partecipi e complici di salde geometrie. La facciata, sgombra di balconi, è tagliata da finestre minuscole e allungate e da una porta semiaperta, anch’essa piccina, quasi un accesso iniziatici riservato a chi voglia scoprire e rispettare il mistero nascosto nelle sue stanze, il segreto nel tempio custodito, niente più che il pensiero libero e sognante di un bambino. E’ quello il luogo dell’infanzia, il punto di partenza per viaggi della mente lungo filari di pioppi e reti di canali in giornate di vento, verso montagne incise d’ombre nette e mari con bagliori di zaffiro, ma anche il punto di un ritorno inevitabile e necessario, la nicchia delle fantasie dove l’ansia, lentamente, si stempera nella pace.

Era dunque destino che un giorno Sergio Albano ritrovasse, poco importa se dietro un cespuglio da lui dipinto o se tra le quinte di una delle sue inquietanti dimore-teatro, la chiave senza fronzoli, ma brillante come nuova, della Casa dei Silenzi. Sentieri, mulattiere, strade a volte lineari, altre intrecciate come in squadrati labirinti di bosso, sempre confluivano lì,  nel viale d’alberi dritti che conduceva all’essenza della sua pittura, al senso profondo e mistico della sua arte, racchiuso in una tavolozza già appartenuta ai Senesi, ricca di terre e di ocre, seppur addolcite da acqua di risaia.

Ora che è tornato a vivere nelle stanze spoglie della sua casa, dove i silenzi, rimbalzando su muri lisci e azzurri, hanno echi che si rincorrono a ritroso nei secoli, ha recuperato colori per anni abbandonati, verdi più teneri, rossi più morbidi, e luci che si diffondono con leggerezze inconsuete, sgravando le ombre, rinnovando l’aria. I cieli dell’anima non sono tuttavia tersi, né brillanti. Impregnati di pulviscolo metafisico scendono ad abbracciare la terra fino a diventare corpo unico che ingloba, in una sorta di continua, magica metamorfosi, personaggi e cose.

Dalle finestre della Casa dei Silenzi, il mondo appare regolato da prospettive diverse, all’interno delle quali il rito teatrale dell’ esistenza, incessantemente impone nuovi fondali destinati ad accogliere mute sceneggiature. E intanto cresce, urgente, il desiderio di dipingere in grandi dimensioni quadri-palcoscenico su cui gli attori abbiano spazio per gesti sempre più ampi e tesi, gesti arcaici e ieratici che li ricongiungano al mito.

Da quando Sergio Albano ha ritrovato la chiave della Casa dei Silenzi, “ il mio autoritratto” come ama definirla, sappiamo che la sua pittura non potrà più essere la stessa. Ma ancor più riuscirà ad incantarci poiché, raggiunto il suo centro, sarà totalmente, armoniosamente, se stessa.

Pubblicato a pagina 6 del Corriere dell’Arte, sabato 8 dic 2001, in occasione della personale di Sergio Albano alla Galleria Arte Club di Torino.

Ricordo nitidamente il pomeriggio in cui vidi per la prima volta, nello studio di Sergio Albano a Grugliasco, quell’ “Ultima Casa”, che subito fu  per me “La Casa dei Silenzi”. Il quadro era ancora fresco di vernice, appoggiato su uno scaffale con altre opere destinate alla mostra. Provai un’emozione fortissima, quasi quella piccola tavola contenesse il segreto di tutti gli altri suoi lavori. Non a caso Sergio, la definì “il mio autoritratto”. Capii in quell’occasione che un autoritratto fedele non necessariamente deve riprodurre le linee di un volto e la profondità di uno sguardo. Una casa-persona può a volte raccontare molto di più del suo autore che non una narcisistica contemplazione di sé e rivelarci, con sincerità disarmante, la sua anima e il suo cuore.
Sono ormai trascorsi cinque anni da quando Sergio Albano se n’è andato a dipingere in territori più eterei, cinque anni scanditi dal ricordo sempre dolce di un amico che ci ha insegnato a conoscere ed apprezzare la dimensione pittorica del “non tempo”. Cinque anni in cui tornano alla memoria tanti momenti trascorsi insieme in serenità a disquisire dell’importanza della bellezza e dell’ equilibrio nella nostra esistenza quotidiana. Cinque anni di rarefatta nostalgia.
Mi piace pensare che Sergio abbia trovato rifugio nella Casa dei Silenzi, e lì, nel proprio autoritratto, dunque all’interno del proprio sé, abbia continuato la sua ricerca dell’armonia assoluta, facendolo anche per noi che raramente la troviamo e di cui tanto abbiamo bisogno.

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